Lo sci in tv

Pubblicato su Sciare, dicembre 2017

E se lo ammettessimo che ci eravamo sbagliati? Dicevamo che lo sci non è diventato uno sport di massa, perché la televisione non si è mai impegnata a mandare in onda le gare di sci come ha fatto con le partite di calcio. Perciò, oggi, sono molti di più gli italiani che vanno allo stadio di quelli che vanno in pista. In effetti, gli italiani che sciano sono pochi: 2 milioni e 200 mila, quando, al tempo della Valanga Azzurra, erano più del doppio. Dicevamo che la causa della nostra decrescita è stata l’assenza dello sci dai programmi televisivi. Siamo in pochi perché la tv ha sempre proposto il calcio e non lo sci. L’ha fatto negli anni ’70 con Thoni e compagni; l’ha fatto negli anni ’90 con il fenomeno mediatico Alberto Tomba. Dicevamo che al tempo di Thoni la televisione non trasmetteva lo sci perché era “romana”, troppo lontana, geograficamente e culturalmente, dalle montagne, poi la tv è diventata anche “milanese”, dalle cui finestre si poteva vedere la neve, ma la sostanza non è cambiata. Dicevamo così, quasi si trattasse di un complotto televisivo contro lo sci a favore del calcio. Ma ci sbagliavamo.
La tv è business. Si accende dove c’è interesse che genera denaro. Lo sci ha bucato lo schermo due sole volte nella sua storia: nel marzo del 1975 con il parallelo della Val Gardena e la sfida per la Coppa tra Thoni, Stenmark, Klammer, e nel 1988 con lo slalom olimpico di Calgary vinto da Alberto Tomba e trasmesso durante il Festival il San Remo. Queste sono state le uniche due volte in cui gli ascolti sono stati degni di quelli del calcio. Il resto è buio pesto. Lo sci in tv non lo guardano nemmeno gli sciatori.
Perché lo sci in tv dice poco. Lo scenario di gara è un teatro fisso. Un’ora con le immagini delle stesse porte, come l’azione dei vari attori, quasi identica in sé. La tensione agonistica si limita a tre o quattro atleti, scesi i quali, non c’è più gara. La narrazione della discesa è impossibile. Troppo poco il tempo, un minuto circa, per articolare un minimo discorso sulla prestazione che si sta guardando, per cui la telecronaca si autolimita a poche parole, spesso le stesse, ripetute discesa dopo discesa. Come può funzionare un evento televisivo con la sfida agonistica ridotta al minimo, con le immagini e il racconto che si ripete ogni minuto? Gridavamo al complotto della tv contro lo sci, ma dobbiamo ammettere che lo sci non è telegenico ed è questa la ragione per cui lo sci si vede poco in tv. Altre non ce ne sono.
Il calcio è diverso, è telegenico: azioni continue, 22 attori più l’arbitro, narrazione infinita. Allora come raccontare lo sci? Con sintesi tv delle discese migliori, trasmesse in differita con approfondimenti vari che possono variare a 360 gradi sul mondo della neve: tecnica, attrezzatura, preparazione sci, turismo, maestri di sci, comprensori… E poi su carta. Perché il calcio sarà pure telegenico, ma non è fotogenico, come lo è invece lo sci. Una foto di un calciatore che tira è inguardabile, una foto di uno sciatore in curva è poesia.

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