Arrestateli!

Pubblicato su Marana York, giugno 2017

Se fosse vivo Giuseppe Garzolini, letterato friulano tra Ottocento e Novecento, griderebbe: “fermate il Gunxinet, l’Agorà, il Gruppo Storico Valle dell’Agno, il Gruppo Culturale Zanella, gli incontri di Dalle Ore alle Opere, arrestate Martini, Fornasa, Dal Lago, Bardin, Busato e Borgo: troppe conferenze essi perpetrano alle loro pacifiche comunità”.

Nel 1893 Garzolini scrisse un gustosissimo libello sulla libido loquendi intitolato “Contro la conferenza”, in cui, come se egli stesso tenesse una conferenza, vengono classificati i diversi tipi di parlatori e di pubblico. È un’analisi divertente e illuminante; attualissima nell’offrire all’uditore d’oggi, in specie di Valdagno e di Chiampo, il sottile piacere di orientarlo nel torrenziale profluvio di parole che scende impetuoso dalle rispettive valli.
L’ultima nota è riservata al conferenziere ipnotico. Sul caso Claudio Magris ha scritto la sua confessione: “molti anni fa tenni una conferenza in un circolo di gentildonne, per lo più attempate. Mentre parlavo, circa la metà dormiva, profondamente e serenamente. Ero lusingato di dar loro quella pace e quella libertà interiore; pensavo al valore religioso del sonno, segno di confidente abbandono alla vita e a Dio, (…) pensavo a una pagina di Singer sul sonno dopo l’amore ed ero virilmente fiero di avere così pienamente appagato le dormienti, che cercavo di non destare, parlando con tono flautato, mentre guardavo di traverso le poche sveglie, evidentemente non altrettanto soddisfatte. Purtroppo l’applauso finale di queste ultime strappò brutalmente al sonno le altre, fra le quali una in prima fila, beatamente arrovesciata sulla sedia: “Posso farle una domanda?” mi chiese, forse per far dimenticare la sua pennichella: “Certo, signora”, risposi, con la nobiltà del liberale aperto al dialogo. “Lei ha parlato di Kafka, vero?”. “No, signora, di Goethe”. “Oh, mi scusi”. “Ma le pare”. E così pure quella conferenza si concluse, come doveroso, con un piccolo dibattito”.

S’inizia, tra i parlatori, con il “conferente”. Per Garzolini è il più degno di ascolto. Ciò non significa, tuttavia, il più bravo di tutti. Raro, come l’uso dell’originario e appropriato participio presente per definire “colui che tiene una conferenza”, “il conferente” parla solo di ciò su cui prima ha scritto. La scrittura è la garanzia della profondità delle sue parole. Però non tutto ciò che si scrive è profondo e intelligente, soprattutto quando i ritmi di pubblicazione sono stagionali, per cui anche un conferente può essere causa di una deludente conferenza.

A seguire c’è il “conferenziere”. Una sotto specie del primo. Non parla perché ha scritto di recente, ma perché l’ha fatto in passato e qualcuno, in nome di ciò, l’ha convocato quale esperto in materia. Egli parla sempre volentieri, perché il ruolo dell’auctoritas dà un senso, l’unico, alla sua lunga militanza di studioso in materia. Dopotutto questa è una parte che sa sostenere con disinvoltura e che non gli richiede chissà quale speciale impegno. La sua prima parola è sempre preceduta da un insopportabile sorriso di autocompiacimento che ai più giunge come il sorrisino del sadico alla sua vittima.

Non raro come il primo e talvolta confondibile con il secondo è il “conferenzaio”. Nel nome inconsueto rientra la maggiore parte dei pubblici parlatori. Molto spesso però anche il meglio di essi. Sanno e possono parlare di ogni argomento. Letteratura, astronomia, arte, matematica, musica, fisica, teatro, sport. Quattro parole in croce e un chiodo d’idea a fissarle, le mettono giù anche sul più strampalato degli argomenti. Puttane del microfono, sanno talvolta offrire piaceri autentici. Come quando nella parte di spalla al conferente, che è il ruolo a loro più richiesto, risultano i cervelli della conferenza. Ve ne sono alcuni, di spalle-cervelli, così bravi che la loro bravura diventa il loro limite e ragione di una certa loro esclusione.

Poi Garzolini aggiunge delle sottocategorie: “il novellino”, visibilmente emozionato dalla voce tremula e dall’esposizione accelerata; “il curiale”, dal tono solenne, che “si nutre di calamità”; “il provocatore” dalla voce tonante, dagli incitamenti spietati e dalle conclusioni vaghe; “l’ironico” che il più delle volte è solo un falso simpatico; “il progressista”, sempre pronto ad accendere gli animi al sole del progresso; “il moralista” con gli eterni temi di tutti i suoi simili: “l’infiacchimento del patriottismo, il vilipendio della religione, la decadenza dell’arte, l’inebetimento della gioventù, la mollezza dei costumi”. E poi, si potrebbe aggiungere, “quelli che vengono da fuori”, che “recano il pane eucaristico della loro scienza ai moribondi lontani dal campanile della loro pieve”, soliti a rompere il silenzio dichiarando di essere lì per caso o di malavoglia tanto da aver pensato a quello che stanno per dire appena pochi minuti prima, mentre scendevano le scale di casa e salivano quelle per raggiungere la sala della conferenza, tentando così di dimostrare da subito sia la straordinaria vivacità della loro mente, capace di concepire pensieri brillanti nel breve spazio di un giro di scale, sia la straordinarietà della loro presenza al nostro provinciale cospetto, distolta da chissà quali profondissimi studi, da chissà quali eccelsi simposi.

Garzolini infine non dimentica il pubblico, sempre speciale quello delle conferenze. In prima fila siedono i parenti degli oratori. Sensibili e con un velo di partecipe emozione, lì presenti non tanto per ascoltare la conferenza, ma per origliare quanto del conferenziere e del suo futuro si dice tra il pubblico. Poi vi sono gli amici e gli amici degli amici: è qui che si annidano i critici più feroci. Tra il pubblico Garzolini ricorda anche “le macchiette, i fedeli di un rito sociale, i curiosi, i maligni, gli sfaccendati, i perversi, gli impegnati, gli smaniosi di interloquire, e le anime sole, che cercano almeno per un’ora facce umane, infine quelli che vanno solo se c’è il buffet”.

Sui “piccoli dibattiti” delle conferenze stiamo cercando approfondimenti.

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