Per i 50 anni di Sciare

Pubblicato su Sciare, febbraio 2016

Scrivere di Sciare su Sciare, nell’occasione dei suoi 50 anni, può essere un po’ celebrarsi e Dante, nel Convivio, ha scritto che è sempre cosa “poco ragionevole” parlare di se stessi. Le persone eleganti non lo fanno mai. Il mondo è così pieno di contenuti, che solo i poveri di spirito si soffermano sul proprio ombelico. Ma 50 anni sono 50 anni. E almeno la metà di questi, sono stati anni di guerra per i giornali. Il quotidiano italiano più diffuso, La Repubblica, quest’anno ne fa 40, dieci meno di Sciare, e già dieci anni fa, per il trentesimo, aveva fatto il suo bel volume celebrativo. Ecco, prima di raccontarvi la nostra guerra, voglio subito chiarire una cosa. È più difficile scrivere di sci, dove i fatti avvengono blandi come le nevicate d’inizio stagione, che scrivere di politica o di cronaca o di calcio. C’è voluto impegno non indifferente e passione e infinita fantasia per confezionare 690 numeri senza mai fare polemica, alzare la voce, prendersela con qualcuno, creando un casus ad hoc tanto per riempire le pagine, ovvero facendo quel giornalismo che oggi va per la maggiore. Sciare ha fatto il contrario: ha sempre mantenuto l’innata, montanara compostezza in ogni suo pezzo; ha sempre raccontato il bicchiere mezzo pieno dello sci; positivo e costruttivo ad oltranza. E oggi è qui, giustamente, a celebrare i suoi 50 anni, gli ultimi dei quali, dicevo, “di guerra”, segnati da almeno tre “attacchi atomici”. Il primo, l’evento del digitale, che puntava direttamente all’estinzione della carta stampata. Il secondo, la mancata crescita dello sci di massa, fermo ai numeri degli anni ’70. Il terzo, le bizze del tempo che, reo di non far nevicare a scadenze e luoghi prefissati, ha convinto i più dell’inesorabile riscaldamento del pianeta e della prossima fatale estinzione degli sciatori. Da almeno la metà degli anni di Sciare, queste sono le voci minaccianti che girano. Ma Sciare è ancora qui, malgrado i gufi. E la ragione è semplice quanto sostanziale: gli appassionati dello sci, quelli veri, quelli che sono in pista dal primo all’ultimo giorno della stagione, che non rimangono a casa nemmeno quando piove, quelli che hanno bisogno di farsi due giri nei pali o una discesa sulla neve fresca come ragione di vita, si riconoscono nella rivista, sentono di averne lo stesso sangue, la medesima passione.
La forza di Sciare è tutta qui. Da 50 anni è guidato, e non solo metaforicamente, dallo stesso sangue, quello dei Di Marco: per 35 anni, più o meno, Massimo, per i restanti 15, Marco. Diversi nella scrittura e nella lettura del mondo dello sci, identici però nell’intima vocazione: il primo artista, ironico, dal tocco leggero alla Stenmark, capace d’invenzione nello spazio breve di una frase e l’altra, essenzialmente slalomista; il secondo più acrobata, uomo da tutte le specialità, capace di passare da un editoriale a un twitter e farne ritorno senza battere ciglio, funambolo alla Lighety ma anche solido alla Svindal nel gestire, mantenendo la grazia, un mondo che si è fatto sempre più complesso e sempre meno gratificante; per entrambi, però, lo sci è stato un sentimento e scriverne non è mai stato semplicemente un mestiere. Oggi la rivista è un centro d’opinione importante. C’è partecipazione da parte dei lettori che continuano ad alimentare discussioni e rubriche. C’è appartenenza da parte del mondo degli atleti e del mondo dei maestri, di quello dei produttori e dei consumatori. C’è continuo approfondimento: dalla scienza alla tecnologia, dalla medicina alla psicologia, dalla sicurezza alla giurisprudenza, dalla storia alla letteratura, dalla moda al turismo… non c’è argomento che in questi 50 anni non sia stato affrontato in chiave sciistica. Ecco allora una cosa da comprendere: il futuro dello sci italiano è tutto scritto nel passato dei 50 anni di Sciare. Perché il futuro dello sci italiano non potrà che essere quello di legare assieme – come Sciare rilega assieme tutti i vari argomenti dello sci per farne un pensiero alto e illuminante – tutte le realtà dello sci italiano per farne una grande, potente rete d’impresa.

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