Tre valori, poco noti ma sublimi, dello sport

Pubblicato su Sportivissimo, luglio 2015

Sono tanti, molti più di tre i valori dello sport che arricchiscono la nostra vita, ma qui voglio soffermarmi su tre di cui non si parla spesso ma che sono assolutamente straordinari. Sono: l’etica del livello di gioco, la necessità della cura, il piacere del dopo.
Il primo, l’etica del livello di gioco, è l’essenza dell’onestà dello sport. Non si tratta dell’onestà tra giocatori, il cosiddetto fair play, il rispetto delle regole che è certamente un altro valore dello sport ma dell’onestà nei confronti del pubblico che va a vedere una prestazione sportiva. Quest’onestà origina dalla suddivisione di tutti gli sport in “serie” di merito. Le “serie”, a differenze delle “categorie” che sono indici d’età, sono dei veri e propri misuratori di capacità: qualità tecnica e fisica ma anche qualità estetica ed emozionale di ogni singolo giocatore. Nel calcio per esempio c’è la serie A e c’è la Terza divisione; c’è chi gioca la Champions League e chi gioca il campionato interregionale. Come il calcio anche tutti gli altri sport sono suddivisi in livelli tanto che ogni sportivo sa riconoscerli come la più ovvia delle constatazioni. Non è pertanto possibile assistere a un evento sportivo senza conoscere a priori la natura qualitativa, tecnica, valoriale dello stesso. Le capacità degli atleti in campo sono chiare, dichiarate dalla serie a cui essi appartengono. Non si è mai verificato che un giocatore di serie D sia sceso in campo in una gara di serie A. Certo, qualsiasi giocatore può fare male, non essere in forma, commettere degli errori ma sicuramente se gioca una finale di Coppa dei Campioni, è perché ha dimostrato delle oggettive capacità che lo hanno portato a essere lì. Non è così invece nel mondo dell’arte o della cultura, dove, non esistendo una netta suddivisione in “serie” (inaccettabili nel mondo immodesto dei tutti geni) i grandi vengono riconosciuti postumi o non vengono riconosciuti affatto mentre chiunque può trovare la sua occasione di visibilità anche quando il prodotto che offre è decisamente scadente. Nel mondo dell’arte si è confusa la sacrosanta libertà d’espressione con l’impropria libertà di esibirsi, che ha reso quel mondo confuso, scriteriato, gratuito al suo stesso pubblico mentre nello sport la sacrosanta libertà di giocare è sempre vincolata al valore dei giocatori e questo ha fatto sì che la sensibilità del pubblico sportivo sia sempre rispettata. Nello sport nessuno oserebbe confondere una partita tra “scapoli e ammogliati” per qualcosa che essa non è, come invece accade con infinita leggerezza nel mondo non sportivo. Nello sport non c’è alcuna ambiguità, nessuna ipocrisia, nessuna finzione. E questo conta molto.
Il secondo valore, la necessità della cura, è un altrettanto stupefacente insegnamento per la nostra vita di ogni giorno. Ogni sportivo conosce bene la propria debolezza, sa che è sempre mancante di qualcosa. Perfino un campione che ha vinto, è consapevole che la sua azione non può definirsi perfetta, perché lui, pur vincente, non è perfetto. La vittoria è sempre e solo un momento circoscritto, chiuso, irripetibile. L’atleta e il campione devono quindi combattere giornalmente contro i propri limiti. Entrambi tuttavia sanno che è la cura di sé la necessità “vitale” per continuare a essere ciò che sono; la necessità “etica” per fare ancora meglio. La cura è di più dell’allenamento. La cura è vivere da atleta: allenarsi, alimentarsi, gestire il riposo, approfondire la tecnica propria e altrui, studiare, riflettere, formarsi il carattere, la mentalità vincente. Tutto questo è la cura: una necessità dell’essere atleta che include sia il corpo sia l’anima, che non vanno separati ma “curati” in una profonda interconnessione affinché l’atleta possa dare il massimo di se stesso. In questo senso la cura significa tendere al proprio miglioramento, a diventare qualcosa di più di quello che si è, di quello che si riesce a fare.
Il terzo valore, il piacere del dopo, è anch’esso un valore straordinario. La fatica che si fa durante l’azione sportiva a volte ha la forza di annullare il godimento della azione stessa. Tuttavia una volta terminata la pratica sportiva, la fatica prima patita si trasforma in un profondo stato di appagamento, d’intenso piacere. Non è il piacere semplice del coricarsi sul divano per riposare il corpo affaticato dallo sforzo ma quel piacere completo che viene dal corpo stanco che si riposa e dall’animo che, disintossicatosi e purificatosi da ogni pensiero, è sereno e appagato.

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