Sciatore europeo, Maestro euro

Pubblicato su Sciare, 1 dicembre 2014

Quando nel 2002 arrivò l’euro, a un giovane maestro di sci, che doveva laurearsi in economia a Trento, fu proposto di fare la tesi di laurea sullo “Sciatore Euro”. Chi la proponeva aveva nella mente una delle “verità” della sociologia del secolo precedente: “il mezzo è il significato”. Ovvero quando un nuovo mezzo s’impone, cambia la nostra visione del mondo. Per esempio, quando nello sci venne fuori il carving (nuovo mezzo) gli sciatori cambiarono il loro modo non solo di fare curve ma anche di vivere lo sci stesso: abbigliamento più casual, bastoncini corti e sottili, casco, ricerca di piste perfette per fare pieghe estreme. Pensate a cosa comportò per la nostra società il passaggio dal mezzo del cavallo all’uso della macchina, dai transatlantici ai super aerei a due piani… la nostra percezione delle distanze e del tempo per superarle è cambiata radicalmente. Nel 2002 con l’arrivo dell’euro al posto della lira sarebbe cambiato anche il nostro modo di vivere lo sci: avremmo avuto nuovi flussi turistici e tante nuove proposte. Quella tesi di laurea, che, ahimè, non fu mai scritta, doveva dirci in anticipo quello che stiamo vivendo oggi, 12 anni dopo. Un capitolo avrebbe dovuto riguardare “il Maestro di Sci Euro”… e prevedere quello che oggi si sta verificando sulle piste italiane, dove non esercitano solo maestri formati in Italia ma anche molti maestri stranieri, che però non hanno la stessa formazione dei maestri di sci italiani perché i loro corsi sono molto più brevi con meno ore di studio e di pratica. Per intenderci c’è la differenza di formazione che c’è tra un medico e un infermiere, tra un ingegnere e un geometra, tra un professore e un maestro. Le istituzioni italiane dello sci si sono date da fare per chiarire la figura del maestro di sci in Europa arrivando a definire maestro di sci professionista solo chi possiede il massimo livello di formazione. Hanno fatto benissimo. La via dell’eccellenza paga sempre rispetto alla via dell’opportunità. È l’insegnamento, questo, che viene dalla storia dello sci, quando appena istituita la Fisi, si decise che i maestri di sci dovessero essere la massima espressione della montagna invernale. Non furono solo parole. In Italia si sciava dalla fine dell’Ottocento ma fu con la fine della Prima guerra mondiale che lo sci cominciò a diffondersi nei paesi alpini. Gli austriaci avevano abbandonato un po’ in tutti i loro forti centinaia di paia di sci, che finirono ai piedi dei giovani del posto. I più bravi divennero i maestri dei meno bravi ma soprattutto dei turisti che, finita la guerra, erano ritornati a frequentare la montagna. Quando nel 1933 la Fisi istituì la prima selezione, si presentarono sciatori provenienti da tutta Italia che già da anni esercitavano la professione di maestri di sci. Per tutti quella selezione non avrebbe dovuto essere un esame per valutare le capacità di chi già faceva il maestro ma solo un dovuto riconoscimento di abilitazione. Non fu così. La stragrande maggioranza di quei giovani che avevano imparato a sciare ognuno a modo proprio non superò l’esame. La Fisi fu chiara: l’insegnamento dello sci doveva rispettare requisiti precisi di capacità; il maestro di sci doveva essere una figura di alto livello della montagna invernale. Questa scelta di eccellenza per nulla opportunista fu l’inizio e la ragione del prestigio del maestro di sci italiano. Oggi questa scelta è stata fatta anche in Europa con i paesi firmatari del Mou. Nel mese di settembre i rappresentanti dei maestri del Veneto hanno incontrato i vertici dei maestri di sci Sloveni e con loro hanno condiviso appieno la via dell’eccellenza.

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