Tolleranza zero

Pubblicato su Sciare, novembre 2013

Violenti no, irosi assolutamente sì. I migliori allenatori che ho conosciuto si arrabbiavano di brutto con gli atleti che non li ascoltavano e non s’impegnavano nella ricerca del proprio miglioramento; i migliori direttori di scuola facevano altrettanto con i loro maestri più fannulloni. Erano allenatori e direttori di una bontà infinita, capaci di grandissimi gesti di generosità e di tolleranza, ma quando si arrabbiavano si staccavano le valanghe, crollavano le montagne. Non c’è contraddizione tra ira e bontà, perché il contrario di ira, lo dice Aristotele, è mitezza e questa, sempre secondo il filosofo, non è certamente una virtù: “sarebbe da schiavi sopportare di essere oltraggiati… senza adirarsi con chi si deve e come si deve” (Etica Nicomachea, IV, 1125 b,35). Il contrario di bontà è cattiveria ma questa è un’altra cosa, più sotterranea e silenziosa. Fanno bene quindi gli allenatori ad arrabbiarsi con gli atleti svogliati; fanno bene i direttori di scuola di sci con i maestri che lavorano male, che non sono puntuali, che non s’impegnano come dovrebbero. Eppure ci sono molte anime belle che considerano le parole gridate dell’iracondo di per sé un torto. Pur non entrando in merito alle ragioni della reazione irosa, ne condannano a priori la forma. Chi si arrabbia, sostengono, assume di principio metà del torto, passando dall’eventuale ragione alla colpa sicura. Ebbene, chi la pensa così, non conosce i fondamenti della nostra cultura. Il primo, dico il primo, non il secondo o il terzo o il quarto…, ma il primo documento letterario della nostra tradizione culturale occidentale – tradizione culturale riconosciuta per la sua indiscutibile matrice razionale e non passionale – è l’Iliade di Omero, la cui prima parola, dico la prima non la seconda o la terza o la quarta…, ma la prima parola è, appunto, ira: “L’ira cantami, dea, l’ira di Achille figlio di Peleo…”Achille è furioso con Agamennone perché gli aveva sottratto senza ragione la schiava Briseide. Scrive il filosofo Umberto Curi: “il massacro che Achille fa dei nemici sulla spinta dell’ira è anzi proposto come un comportamento perfino doveroso, e comunque al riparo da ogni condanna morale… L’ira fa parte della personalità dell’eroe e della sua dignità”. Diranno allora le anime belle: Achille è un personaggio di un poema, ci sta la figura dell’iracondo… ecco allora, dopo Aristotele, ovvero la filosofia, e dopo Omero, ovvero la letteratura, un altro, e spero definitivo, esempio: “Entrò quindi Gesù nel Tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano nel Tempio, e rovesciò i tavoli dei cambiamonete e i seggi dei venditori di colombe, dicendo loro: sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera; ma voi ne avete fatta una spelonca di ladri…” E’ un passo (21,12) del Vangelo di Matteo. Gesù, l’uomo più buono della storia del mondo, colui che per misericordia, cioè per bontà, sacrificherà la sua vita per la salvezza degli uomini, entra come una furia nel Tempio e incazzatissimo butta i tavoli in aria, gridando come un pazzo che quella è la sua casa… quello è il nostro sci club, la nostra squadra, la nostra scuola, la nostra azienda, il nostro giornale, il nostro negozio, la nostra casa, il nostro paese… luoghi d’impegno e di lavoro, non spelonche di ladri, di rammolliti buoni a nulla, d’irresponsabili approfittatori della Sua e nostra bontà. E questa, care anime belle, è parola di Dio, rendiamone grazie a Dio.

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