Ragionare da sportivi

Pubblicato su Sportivissimo, 24 febbraio 2012

Nel febbraio del 1993, all’apice del suo successo, Sting, la grande rock star inglese, si travestì da barbone e con la chitarra in mano si mise in un angolo della metropolitana di Londra a cantare le sue canzoni. Sting cantava Sting a meno di mezzo metro da chiunque, senza che nessuno, però, lo riconoscesse. Eppure lui era Sting. Forse non era così facilmente riconoscibile, camuffato da barbone, ma la voce era la sua, quella voce inconfondibile che la maggior parte degli utilizzatori della metropolitana di quel giorno di febbraio avrebbe attribuito a lui, se fosse uscita da una radio e non dalla sagoma incerta di un barbone. La notizia fece il giro del mondo. Cinque anni dopo, nel 1998, Claudio Baglioni ripeté l’esperimento in galleria Umberto I a Napoli. Se Sting raccolse 75 pance, pari a 1600 lire, meno di un euro, a Baglioni andò più o meno allo stesso modo. Nessuno riconobbe lui né tantomeno la sua voce. Baglioni cantava i suoi successi e nessuno si curava di fermarsi ad ascoltarlo. A Napoli come a Londra il talento musicale di due tra gli artisti più affermati del momento passò completamente inosservato. Nello sport una cosa del genere non è mai accaduta né credo che possa mai accadere. Se da Monte Falcone, faccio un esempio, scendesse con gli sci Ted Ligety; se nel campetto di calcio delle Borne facesse due palleggi e due tiri Leo Messi; se sulla salita del Passo Xon si fosse affiancati da Cadel Evans, beh, ritengo che chiunque si accorgerebbe che quello sciatore, quel calciatore, quel ciclista siano qualcosa di più di sportivi qualsiasi. Nello sport quello che è capitato a Sting e a Baglioni non potrebbe verificarsi perché il talento sportivo è così potente che s’impone nella sua evidenza ovunque esso si esprima. E’ come la bellezza femminile, non c’è bisogno che qualcuno ci faccia notare la farfalla tatuata di Belen.
Allora proviamo a immaginare le parole di Celentano non dal palcoscenico di Sanremo, davanti a 14 milioni e rotti d’italiani disposti ad ascoltarlo, ma dall’angolo di una metropolitana o dal bancone di uno dei nostri bar. Proviamo anche a valutare quelle parole con lo stesso criterio con cui giudichiamo l’azione di uno sportivo. Che cosa ne verrebbe? Attenzione da parte nostra? Centinaia di articoli di commento sui media? Denari a migliaia? Non ho dubbi, senza il palcoscenico di Sanremo, il discorso farneticante di Celentano sarebbe stato giudicato per quello che in effetti è stato, un discorso delirante, e valutato per quello che è stato, una pietra miliare di stupidità.
Quindi nel mondo dello spettacolo la differenza tra intelligenza e stupidità, tra bravo e pessimo, tra talento e brocco la fa, e molto, il palcoscenico, ovvero il luogo da cui si canta (Sting e Baglioni) o si parla (Celentano), che nello sport, invece, non fa nessuna differenza (il palleggio di Leo Messi al campetto delle Borne o al Camp Nou è sempre il palleggio del pallone d’oro 2012). Dato, però, che a farsi ammaliare o meno dall’effetto palcoscenico sono le persone, cioè noi, dobbiamo riconoscere che quando ragioniamo da sportivi e giudichiamo senza farci condizionare da nulla, valutando con la nostra testa la qualità di ciò a cui assistiamo, siamo molto, ma molto, ma molto più evoluti e raffinati di quanto non lo facciamo, per esempio, da imbambolati spettatori della tv. Insomma, ecco un motivo in più per non dimenticarci mai di tenere vivo il nostro ragionare da sportivi, ma anzi di estenderlo anche su ciò che sport non è.

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