Presunto colpevole

Pubblicato su Sciare – febbraio 2011

Come Flaubert, Kerouac, Pasolini, sono stato anch’io denunciato. Francamente non ne vedevo l’ora e più il tempo passava, più cresceva in me il complesso d’inferiorità: loro sì e io no, perché? Finalmente una brava persona – il mio denunciante – ha provveduto e adesso anche la mia biografia ha qualcosa in comune con quella dei grandi. Ho un profondo sentimento di gratitudine per lui. Se Flaubert, Kerouac, Pasolini sono stati denunciati per aver offeso con la loro opera letteraria la morale pubblica (e poi assolti), io con altri allenatori sono stato causa di denuncia per aver tracciato e quindi chiuso due piste del comprensorio in cui eravamo ad allenarci. A essere denunciato, propriamente, è stato il direttore della stazione; noi lo siamo stati idealmente, ma, suvvia, non stiamo a soffermarci sui particolari! La brava persona che ci ha denunciati si è detta “truffata” per aver acquistato uno ski pass per sciare su tutto il comprensorio, mentre due piste erano chiuse per allenamenti. Insomma, aveva pagato per intero, ma non aveva l’intera area sciabile a sua disposizione. Quindi truffa! Boh? Sarà il giudice a deciderlo, valutando se il cartello presente in biglietteria attraverso il quale s’informavano tutti gli acquirenti di ski pass delle due piste chiuse, possa far cadere ogni sospetto d’imbroglio, dato che i truffatori propriamente tali non sono soliti dare informazioni. Personalmente non vedo il reato. Se non gli andava di sciare per una sola, ripeto, una sola ora – dalle 9 alle 10 – nel 70 % del comprensorio (tutti gli impianti erano comunque aperti con relative piste utilizzabili) poteva fare altri 15 minuti di auto e andare da un’altra parte; 30 e andare ancora da un’altra parte, dove, tuttavia, avrebbe trovato sempre un paio di piste chiuse. Non vedo il perché una stazione non abbia il diritto di curare anche l’altra faccia della sua clientela, quella rappresentata dagli sci club, che vuole fare pali e per farli, come dice la legge, le riserva una pista chiusa. I giovani degli sci club, dopo essere stati atleti, diventano maestri di sci, e quando non diventano maestri di sci, rimangono comunque sciatori con un legame forte con la montagna invernale. Considerarli un investimento per il futuro non è un’idea strampalata.
Piuttosto c’è da fare un’altra riflessione: se il direttore della stazione per assecondare le esigenze di questo tipo di clientela “o tutto o querelo”, non avesse dato le piste nemmeno per un’ora per gli allenamenti, avrebbe messo più di un centinaio di giovani sciatori nell’impossibilità di sciare tra i pali e noi allenatori di esercitare quella professione per cui siamo stati abilitati dalla Fisi, ovvero dallo Stato Italiano. Senza piste chiuse, non è possibile allenare. E se non è possibile allenare, significa che la Fisi, ovvero lo Stato Italiano, ha creato una professione a priori impraticabile. E d’altro canto, se non è possibile sciare tra i pali, significa che la Fisi, ovvero lo Stato Italiano, ha ufficializzato miglia di club che non possono svolgere quell’attività che è prescritta nel proprio statuto.
Come con i processi a Flaubert, Kerouac, Pasolini abbiamo iniziato a riflettere e a capire le ipocrisie del perbenismo, c’è da augurarsi che da questo processo s’inizi a riflettere e a capire le ipocrisie del turismo sportivo e si faccia subito una legge che imponga una pista per ogni tot di chilometri di area sciabile, riservata per lo svolgimento delle attività agonistiche dei club. Perché altrimenti i truffati siamo noi.

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