Ovvero della felicità

Pubblicato su Sportivissimo – aprile 2008

Come consolazione per tutti i brocchi del mondo, la frase di De Coubertain è proprio una presa in giro. Altro che una perla di saggezza. Quel “l’importante è partecipare” è offensivo oltre modo. Un brocco si è sempre divertito poco, ha sempre sofferto molto e si è sempre arrabbiato tantissimo. E alla fine ha sempre smesso di fare sport. E chi ha cercato di consolarlo, dicendogli che comunque l’importante è aver partecipato, l’ha umiliato, perché non ha fatto altro che ripetergli quello che già sapeva da sé. La sua gara è stata il minimo a cui si poteva aspirare: partecipare. Decisamente una magra consolazione anche per il più brocco dei brocchi. Perciò non è possibile che il padre dello sport moderno volesse prendere in giro chi non ha mai vinto una gara, né mai ne vincerà una. “Importante è partecipare” non significa “largo ai brocchi”. Significa “la vittoria non è tutto”, che un altro ragionamento. De Coubertain credeva nello sport dilettantistico, quello che dà piacere e rende gli uomini felici. Dovremmo capire allora che cosa significhi essere felici per capire che De Coubertain aveva detto una sacrosanta verità.
Essere felici per una vittoria ottenuta, significa essere nella definizione kantiana della felicità. E’ felice chi nella propria vita avvera ogni suo desiderio. (Kant, Critica della ragion pura, sez. 5). Chi partecipa a una gara, desidera vincere. Se lo fa, ha soddisfatto il proprio desiderio e quindi è felice. Se ci facciamo caso, tutto il mondo occidentale funziona così. Tv, radio, giornali continuano a stimolarci con prodotti e stili di vita sempre più desiderabili: è il loro modo di tenere in pugno il nostro sempre più fragile umore.
Pensiamo, per esempio, quando compriamo un qualsiasi attrezzo sportivo perché lo usa quel dato atleta vincente. Lo facciamo per soddisfare il nostro desiderio di vittoria. Una specie di anticipo sulla felicità che avremo a risultato conseguito. Sempre di riuscirci, ovviamente! Qui il corto circuito a cui siamo sottoposti è evidente: desideri sempre più alti non significano altro che una sempre minor possibilità di essere felici. Non è, ammettiamolo, un gran vivere! Per fortuna ci soccorre un passo dall’Agamennone di Eschilo che conoscevamo da sempre ma che Emanuele Severino traduce in modo nuovo e illuminante. La felicità, dice Eschilo, nasce dalla competenza e solo da essa. E’ una definizione straordinaria: tutti abbiamo provato l’intensa soddisfazione che ci viene dal sapere di fare bene una certa cosa, ma adesso, grazie a Severino, questa felicità, la sappiamo riconoscere, definirla e quindi anche cercala. Per essere felici pertanto non c’è nessun desiderio da soddisfare. Nessuna vittoria da conquistare. E’ sufficiente, ci rivela Eschilo, fare bene quello che si fa. De Coubertain avrebbe detto, fare bene quello a cui si sta partecipando, anche se il risultato poi non è dei migliori.

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