Noi italiani

Pubblicato su Sciare – 2006

Siamo campioni del mondo, e lo siamo nell’anno in cui la nostra squadra più blasonata, la Juve, gioca in serie B. Non siamo campioni olimpici nello sci alpino, e non lo siamo nella stagione in cui le Olimpiadi invernali si sono tenute in grande stile in Italia. Ci sono cose che non si capiscono a prima vista, per quanto appaiano contraddittorie. Ci sono cose che si capiscono, solo se si è disposti a guardare in faccia la realtà, per quanto possa essere poco piacevole. Ci sono cose di noi italiani che si comprendono, se si conosce la natura del cosiddetto genio italico. Che non è quello che ci diciamo quando vogliamo fare i fighi: parlavamo d’idee e di arte quando tutto l’Occidente, compresi i Greci che all’inizio ci avevano ispirati, pascolava ancora le pecore e viveva nei tuguri. Tipo Parigi, che si chiamava Lutetia e voleva dire ‘fango’, quando a Roma i teatri avevano già cinquecento anni. Non siamo svegli perché abbiamo cominciato a studiare prima di tutti, a costruire, prima di tutti, belle città piene di chiese, di piazze, di palazzi… Siamo svegli perché abbiamo sempre avuto qualcuno che ci voleva mettere in prigione o far fuori La genialità italica non è libresca ma politica. Secoli e secoli di dominazione e di mal governi hanno alimentato l’arte di arrangiarci, di salvarci la pelle, di mantenere capra e cavoli con quattro soldi in tasca e mille cattive leggi contro. Il nostro poeta nazionale non è Leopardi, rinchiuso nel lussuoso palazzo di famiglia tra montagne di ottimi libri ma Dante che scrive ramingo con una condanna a morte sulla testa. Il nostro genio, quello che ci fa essere i primi al mondo, si nutre e cresce dalle contingenze più disperate. Alla Caravaggio. Roba di vita e di morte. Per esempio il nostro cinema più geniale, che ha avuto più successo di ogni altro, il neorealismo, nasce proprio quando sembrava che in Italia non si potesse più fare cinema, perché i grandi stabilimenti di Cinecittà erano occupati dagli sfollati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Fu così allora che Visconti, Rossellini, De Sica cominciarono a usare le strade, le piazze, le periferie con un paio di attori e un esercito di comparse. Nel modo in cui nacque il neorealismo, la nazionale di Lippi ha vinto la sfida di Berlino. O vincevano o i calciatori italiani, coinvolti nella bufera di calciopoli, valevano un pugno di mosche nel mercato mondiale del calcio. E’ sempre la solita storia di dover vincere per salvarsi la pelle. Allora c’è da pensare che l’organizzazione perfetta dei Giochi Olimpici torinesi non ci abbia affatto aiutato. Anzi, che ci abbia addirittura danneggiato. Se ci dicono bravi all’inizio, ci crediamo svizzeri; se ci dicono che funziona tutto, ci crediamo tedeschi; se ci dicono che siamo intelligenti, ci crediamo francesi. Ma se noi sciamo da svizzeri, da tedeschi, da francesi, ovvero sciamo senza quel sacro fuoco nel didietro (Vivaldi diceva suonare senza “morbin”; Verdi diceva senza “l’argento vivo nelle vene”) vincono inevitabilmente gli altri. La Fisi allora impari la lezione e non si dia tanta pena per le nostre sgangherate squadre. Ma soprattutto siano gli sci club a non abbandonare il loro sacro dilettantismo. E cioè continuino ad avere presidenti spontanei, allenatori che si dividono tra due, tre professioni e mille impegni, segretarie estemporanee e sedi in affitto e bilanci scricchiolanti; e gli atleti continuino ad essere allegre e colorate brigate di simpatici monelli con gli sci ai piedi. Allora si ravviverà quel genio italico che ci ha fatto essere svegli e pronti a inventarci qualsiasi diavoleria come quando eravamo sotto i Borboni, i Normanni, i Guelfi neri, i Visconti, i Savoia, gli Austriaci, i Francesi, i Papi, quando non c’è stato un solo momento in cui non abbiamo ottenuto una qualche bella vittoria.

torna alla lista articoli


Leave a Reply