I migliori anni della nostra vita

Pubblicato su Sciare – gennaio 2006

Fa sempre uno strano effetto incontrare i propri ex allievi dieci anni dopo, magari laureati, e nel dialogo venire a sapere che non sanno nemmeno che cos’è il carving, perché in questi dieci anni, loro si sono dedicati ad altro: hanno studiato, sono andati all’estero, hanno trovato la fidanzata che odia il freddo e di conseguenza non le piace la neve e loro vivono di happy hours e di cazzeggio domenicale. E con lo sci hanno definitivamente chiuso. Li guardi e ti viene da sorridere, li guardi e ti viene di prenderli a sberle. Loro, perbacco, facevano parte di quelli che ci avevano creduto. Di quelli che a Natale sotto l’albero trovavano la tuta con i colori della nazionale e un bigliettino su cui c’era scritto “al nostro campione, il Tomba del XXI secolo”. Firmato, mamma e papà. Erano gli anni ’90 e il mito era Tomba e la tuta era quella bianca e oro. E loro facevano sul serio. La parola d’ordine era sciare sempre, e a un certo punto il nostro piccolo sci club non fu più sufficiente. Per il futuro Tomba ci voleva uno staff di allenatori con più esperienza e piste più impegnative e compagni di club più forti per stimolare la competizione. Non bastavano le gare, ci voleva il confronto anche in allenamento. La prima mossa fu di fare l’estivo con un gruppo d’elezione. Andarono in Austria, perché nemmeno la Val Senales o il Tonale furono più sufficienti. Poi ci fu la volta degli allenamenti speciali. Un genitore con il talento imprenditoriale mise su un gruppo misto, seguito da un guru dell’Alto Adige. Ma non c’era il Comitato per i veri bravi? Era evidente che io non mi rendevo conto di chi avevo di fronte. Fecero più chilometri in furgone per andare a sciare che quelli che avrebbero fatto in treno e in aereo per andare all’università e al master in America; fecero più pali di tutte le pagine che poi avrebbero studiato per diventare dottori. Erano persone serie che quando decidevano di impegnarsi non badavano a fatica e a denaro. Avrebbero tuttavia potuto considerare, penso io, se stavano facevano una cosa intelligente. A incontrarli adesso, laureati e incravattati da giovani seri professionisti, fa veramente un certo effetto. Perché la domanda che sorge è: e se con gli sci gli fosse andata bene? Se quello che a me all’epoca sembrava una bestemmia ma un po’ del cosiddetto piede lo avessero avuto per davvero e con tutto quell’impegno (dice Gadda che a furia di dài e dài anche di un cetriolo tiri fuori un ingegnere) fossero arrivati ai Campionati Italiani, che in realtà non hanno mai visto, e fossero entrati in un gruppo militare e fossero diventati bravi sciatori in odore di Squadra C e adesso stessero per congedarsi da una buona carriera di atleti con qualche bella soddisfazione, qualche gara Fis vinta, adesso, sarebbero felici? Meglio sciatori o dottori? La risposta necessita di una considerazione: quando pensavano allo sci, essi avevano un solo indice di grandezza che all’epoca era quello di Tomba, che oggi è quello di Bode Miller, di Benjamin Raich, di Giorgio Rocca. Pensavano allo sci in termini di eccellenza, cosa che invece oggi, saggiamente, nemmeno li sfiora in veste di dottori. Erano deliranti come oggi sono concreti. E allora con il senno di poi la risposta è: meglio un mediocre dottore che un bravo sciatore da squadra C. Vorrei far incontrare questi giovani ai genitori di quelli che oggi con gli sci si stanno un po’ troppo gasando; vorrei che si parlassero anche tra vecchi e nuovi genitori, perché i nuovi sentissero con le proprie orecchie cosa è rimasto nei vecchi genitori di quel loro grande sogno. Vorrei che i nuovi capissero di godersi ogni secondo della vita nel piccolo sci club, della maturazione lenta di un bravo giovane sciatore, delle giornate di buona neve e di sole; vorrei che comprendessero quello che poi  sarà anche a loro chiarissimo fra dieci anni, quando, comunque sia andata, dottori o sciatori, si renderanno conto che quello dello sci club è stato il momento più bello e intenso della propria vita familiare.

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