Sergio Zen e la festa dell’astrattismo senza tempo

Pubblicato in “Il Segno artistico nella Valle dell’Agno”, 2019

Con l’esaurirsi, nei primi anni Settanta, dell’esperienza del cosiddetto Astrattismo storico, la pittura non figurativa non cessa, tuttavia, di esistere. Anzi, essa inizia un suo secondo, felice momento, libera ora da quell’urgenza di essere nella storia per fare la storia che aveva caratterizzato il primo Astrattismo. Si assiste quindi al diffondersi di una pittura al modo degli astratti, cioè identica nella scelta del canone non figurativo, ma fondamentalmente diversa sul piano dei contenuti ideologici, ove sono venute meno le ambizioni d’avanguardia artistica, di rivoluzione estetica, di rinnovamento sociale. Il modo astratto, pertanto, diventa funzionale per una pittura lirica, sentimentale, psichica, fuori dalla storia, che da allora è assurta a canone senza tempo tra le molteplici correnti dell’arte contemporanea.
Se quindi, per dirla con Nietzsche, gli artisti dell’Astrattismo storico “filosofavano” nelle loro opere, questi del secondo Astrattismo sembrano tornati alla lezione degli “antichi maestri… che non leggevano, ma pensavano solo a offrire ai loro occhi una festa”.
Ovvero e daccapo, se i primi nella figurazione rilevavano un limite alla loro libertà espressiva in termini sociali-esistenziali, i secondi avvertono nella figurazione un limite alla loro libertà emotiva in termini personali-esistenziali. La pittura astratta diventa quindi, dopo i gloriosi decenni in cui fu grido di ribellione alle imposizioni delle società chiuse del Novecento, la via per mettere su tela le immaginifiche visioni dell’artista contemplante un mondo reale che ai suoi occhi, meglio alla sua coscienza, si presenta come trascendenza. Un paesaggio, allora, non è più solo un paesaggio, ma è anche qualcosa d’altro di come in sé appare, qualcosa di più. Questo “di più”, questo “oltre” è il carattere trascendente delle cose, che l’artista coglie, facendone contenuto della sua pittura, secondo il canone della nuova pittura astratta.
Come nel caso di Sergio Zen, la cui opera è tutta una “festa” di libere forme e di liberi colori, ispirati ai paesaggi della sua Valle come essi appaiono nel suo animo d’artista. Una pittura intima e spontanea. Lirica. Gioiosa. Fatta di sentire autentico e di talento compositivo.
Zen ha iniziato a dipingere verso la fine degli anni Cinquanta i tetti della Rio, il quartiere di Valdagno in cui era nato. La Rio è il quartiere della Valdagno “spontanea”. Diversa dalla Valdagno del centro storico, espressione della benestante borghesia cittadina, diversa anche dalla Valdagno “ideale” costruita da Gaetano Marzotto, la Rio è il quartiere dei valdagnesi: è la Valdagno senza la borghesia settecentesca, senza il potente capitalista; la Valdagno “valligiana” che si estenderà fino ai Ponte dei Nori, simile, a nord, a Novale e, a sud, agli altri paesi della Valle. Dalla “spontanea” Rio, Sergio Zen riceve la sua educazione estetica. I suoi quadri figurativi, pochi e solo dell’inizio, hanno la luce e i colori della Rio, che diventeranno i colori e la luce della Valle con la scoperta della pittura astratta che lo accompagnerà nei successivi sessant’anni di lavoro. I soggetti delle sue opere sono i campi resi gialli dall’arsura, le vigne rosse d’ottobre, le colline verdi e bagnate dalla rugiada della notte. Come egli scriverà nei suoi taccuini d‘arte, i suoi quadri sono fatti con i colori della natura della Valle. Hanno quella luce, quella naturalezza, quel vigore. Ogni tela è un canto d’amore, un inno di “festa” alla Valle.
Zen dipinge il suo elegiaco amore per la Valle, segnato, come tutti i grandi amori, da un continuo innamoramento e rinnamoramento che non conosce fine. La Valle è la sua donna, la sua passione, la sua incurabile debolezza, la sua emozione, la sua stessa poesia, pittura e arte. Come il poeta elegiaco è schiavo dell’amata, lui lo è della Valle. È un amore totalizzante. Che lo imprigiona, ma dal quale non può liberarsi, pena la fine del suo stesso dipingere. Felicità e sofferenza. Ragione di vita e tormento di vita.
Anche quando sarà la Valle a cambiare con le agitazioni del Sessantotto e nella pittura di Zen inizia ad apparire la forma di un irrisolvibile gliommero, incontrovertibile segnal di una tensione sociale e personale inattesa, egli rimane sempre pittore, come egli stesso registrata nei taccuini, dalla “natura fondamentalmente lirica”, che non può fare “a meno della natura, della poesia, dei sentimenti”. Per 11 anni il “gliommero”, il gomitolo della fabbrica-città, prodotto dalla prima che aggroviglia senza soluzione la seconda, dominerà le sue tele (1968-1978). È questo il suo secondo momento, dopo quello iniziale, “elegiaco” (1956-1967). Zen ne uscirà attraverso la tecnica del collage, suo terzo momento, che lo impegna dal 1979 al 1987, in cui riprende il suo antico amore per la valle-natura. “Aria immensa, grandi spazi, blu sopra blu”. Zen ritrova se stesso. “Erano molti anni che non si vedeva un gennaio così limpido, pieno di sole. Tutti i giorni vedo blu e giallo sopra le colline”. Ha capito che la ragione della sua pittura è il colore, “sono nato nel colore, il colore è dentro di me”. Il colore che gli viene dal suo modo speciale di vedere la Valle. Scrive “dipingere è dichiarare il proprio amore”.
Un po’ alla volta il collage lo riporta alla pittura, quella immediata, spontanea di trent’anni prima, quella della “Rio”. Tornano così i prati e i cieli della valle-amata. Dal 1988 a oggi è un continuo inno d’amore gioioso alla valle. “Benvenuto, autunno: oggi sei un bel giallo nella corrente”. Trionfo della natura; trionfo del colore. Adesso, però, l’amore per la Valle è diverso. Si è sopita la sofferenza per l’isolamento imposto dalla militia amoris e si è anche attenuato il tormento per la valle-amata che non corrisponde il suo pittore-amante, riconoscendolo nei termini che egli desidererebbe. Dalla passione carnale del tempo dell’elegia, l’amore si è fatto angelico, esperienza mistica. Uomo e natura, pittore-amante e valle-amata sono adesso in un sentimento di gioiosa comunione. L’infinito amore per la Valle ha raggiunto la sua piena maturazione. La sua pittura si è fatta a un tempo silvana e celeste. La Valle è l’universo tutto. È il Tutto.

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