L’arte di allenare e il vero allenatore

Pubblicato su Sportivissimo, marzo 2012

Nello sport gli allenatori si dividono in due generi: gli allenatori “allevatori” e gli allenatori “selezionatori”. Al primo genere appartiene la grande maggioranza degli allenatori dei club di paese, quelli che si trovano ad allenare il figlio, più o meno sveglio, del dottore, del commerciante, dell’artigiano del luogo in cui vivono. Del secondo genere, invece, fanno parte gli allenatori dei Comitati, dei Gruppi Sportivi, delle Nazionali, delle squadre semiprofessioniste e professioniste, che allenano chi scelgono di allenare. Come a dire che i primi sono i bovari che allevano il vitello che la vacca della stalla ha dato loro mentre i secondi sono i grossisti di carni che scelgono tra tanti, il vitello che a loro giudizio è il migliore. La Fondazione Agnelli ha studiato un criterio di selezione degli insegnanti in relazione al rendimento dei propri allievi. Può funzionare, se sono io il responsabile della scelta degli allievi. Nel caso opposto, non vedo come si possa valutare il lavoro sui risultati in sé di chi parte da elementi con capacità motorie e intellettuali estremamente diverse. Se ho un vitello da una vacca Limousine, per intenderci, mica è facile portarlo al prezzo di mercato di uno di razza Chianina.

In genere gli allenatori “selezionatori” godono di maggior prestigio rispetto ai colleghi “allevatori” e, infatti, l’allenatore della nazionale, che è per eccellenza un allenatore selezionatore, è più figo di quello della polisportiva di paese. Ovvio: è più difficile diventarlo: pochi, pochissimi diventano “selezionatori” mentre tutti possono proporsi come allenatori “allevatori”; il livello tecnico espresso è decisamente più alto; un “selezionatore” è un professionista, mentre l’altro è un dilettante. Eppure, nello specifico dell’arte dell’allenare, il vero allenatore è il secondo, ovvero non il figo ma lo sfigato.
In uno dei grandi classici dell’arte d’insegnare, si legge un’importante verità: nessun uomo può insegnare a un altro uomo. Ciò significa che la via per l’apprendimento non è mai diretta e imperativa. Non si po’ dire a un atleta “fa così” e pensare che per magia egli riesca subito a eseguire quello che gli è stato indicato. Sarebbe troppo facile e saremmo tutti dei campioni. La via per l’apprendimento ha tempi e modi strettamente legati agli individui e ognuno impara secondo i propri. (Così, almeno, la pensa Agostino, autore del De Magistro; se lo si chiedesse a chi ha inventato le prove Invalsi probabilmente non sarebbe dello stesso parere). L’allenatore “selezionatore”, allora, scegliendo chi ha già dentro di sé la verità tecnica, limita la sua opera ad aspetti, diciamo, esterni come le strategie di gara, gli schemi di gioco, i piccoli suggerimenti su qualche aspetto tecnico. Altro compito quello che spetta all’allenatore “allevatore”, il quale non ha di fronte a sé un atleta capace tecnicamente ma un giovane ai primi passi, a cui deve insegnare tutto, senza, però, poterlo fare in modo diretto: “fa così e così”, perché non ne trarrebbe alcun risultato.
Dice il filosofo, che insegnare significa saper risvegliare all’interno dell’individuo ciò che lo porterà a riflettere sul proprio miglioramento. E’ esattamente questo quello che fa l’allenatore “allevatore”, il quale cerca in tutti i modi di dare quei suggerimenti attraverso i quali l’allievo possa iniziare “in interiore” a capire lo sport che sta praticando. La parola “allenare” deriva da “lena” che significa “forza di volontà, energia, vigore”, tutti stati interiori dell’essere. C’è, allora, l’allenatore “selezionatore”, abile sulle cose esterne e l’allenatore “allevatore”, che lavora su quelle interne, quelle intime. Non c’è dubbio, che il vero allenatore, quello che fa la fatica più nobile dell’arte di allenare, sia il secondo.

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