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	<title>Luigi Borgo</title>
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		<title>LUIGI BORGO SINDACO</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2024 08:03:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per visionare il programma in PDF clicca qui PROGRAMMA La squadra Il Sindaco Luigi Borgo, candidato sindaco con delega alla Cultura, è nato a Valdagno il 24 maggio 1965. È figlio di Guido Borgo, farmacista a Recoaro, nipote di Sergio Perin, e di Emanuela Meneguzzo, nipote del pittore Franco Meneguzzo. In casa è stato educato ai valori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/Luigi-Borgo_Poster-4000x2900.jpg"><img title="luigi-borgo_poster-4000x2900" src="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/Luigi-Borgo_Poster-4000x2900-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per visionare il programma in PDF clicca qui <a style="font-size: 1.5em;" href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/PROGRAMMA-WEB3.pdf">PROGRAMMA</a><span style="font-size: 1.5em;"> </span></p>
<h2 style="text-align: justify;">La squadra</h2>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #3366ff;">Il Sindaco</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>Luigi Borgo</strong>, candidato sindaco con delega alla Cultura, è nato a Valdagno il 24 maggio 1965. È figlio di Guido Borgo, farmacista a Recoaro, nipote di Sergio Perin, e di Emanuela Meneguzzo, nipote del pittore Franco Meneguzzo.</p>
<p style="text-align: justify;">In casa è stato educato ai valori della cultura e dell’arte. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, si è laureato con lode in Lettere a Padova, discutendo una tesi sull’uso della metafora nel Paradiso di Dante. Per meriti di tesi è stato nominato socio vitalizio della Società Dantesca Italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">È scrittore, editore, imprenditore e maestro di sci.</p>
<p style="text-align: justify;">Come scrittore ha pubblicato due romanzi, “Off” e “Il re della neve”, oltre a numerosi saggi, tra i quali si ricordano le storie aziendali di Sicit Spa e di Mevis Spa, uno studio sui brindisi nella letteratura, nella musica e nell’arte commissionato dalle Cantine Santa Margherita di Portogruaro e uno studio sui racconti dedicati allo sci per conto di Dolomite Spa. Sempre in ambito sciistico ha scritto per la Provincia autonoma di Trento “Gli sciatori d’Italia”, per la Federazione Italiana Sport Invernali la “Storia dello sci” e per il Comune di Asiago la storia dell’Unione Sportiva Asiago in occasione del suo centenario. È autore di numerosi saggi d’arte ed è stato curatore di varie mostre, l’ultima delle quali è stata dedicata alla collezione del professor Giuliano Menato e ai suoi 50 anni di critica militante. Ha inoltre scritto l’introduzione e curato il volume dedicato agli artisti vicentini della seconda metà del XX secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1996 è editorialista della rivista Sciare Magazine; è stato fondatore e direttore delle riviste Sportivissimo e Marana York.</p>
<p style="text-align: justify;">Come editore ha pubblicato oltre 500 titoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Come imprenditore è contitolare con la moglie Laura Danzo della Tipografia Danzo, avendo nel 2011 acquisto il 50% delle azioni della omonima Srl, che, sotto la sua direzione, ha &#8211; nel decennio difficile 2011-2021 per il settore stampa a causa del processo di forte digitalizzazione/smaterializzazione dei prodotti cartacei &#8211; aggiornato completamente il suo reparto produttivo acquistando moderni impianti stampa oltre ad avviare un nuovo reparto di cartotecnica e acquistare nel 2022 un nuovo capannone di 3.600 metri quadri.</p>
<p style="text-align: justify;">Come maestro di sci è dal 2018 presidente del Collegio regionale Maestri di sci del Veneto, unico Collegio Italiano di una regione a statuto ordinario, di essersi dotato, nel 2020 con la presidenza Borgo, di una storica e prestigiosa sede a Belluno.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre nell’ambito dello sci è stato eletto presidente del Collegio Nazionale, ente pubblico con oltre 16.500 iscritti.</p>
<p style="text-align: justify;">È sposato con Laura Danzo e ha due figli: Guidaldo, laureato in comunicazione, master in business Administracion e maestro di sci, e Lapo, atleta dello Ski College Veneto e allievo maestro di sci.</p>
<p style="text-align: justify;">Vive, serenamente, a Valdagno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/LUIGI-BORGO1.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #3366ff;">La giunta</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARIANO RANDON</strong>, candidato Vicesindaco e Assessore all’Edilizia privata, è nato a Valdagno il 5 marzo 1987, è sposato con Chiara dal 2016 e papà di due bambini, vive a Valdagno.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la maturità classica conseguita presso il liceo G.G. Trissino di Valdagno, nel 2012 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi in materia di diritto costituzionale focalizzata sull’ente locale provinciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2015 supera l’esame di abilitazione per l’esercizio della professione di avvocato.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora esercita la professione occupandosi prevalentemente di diritto penale dapprima nell’ambito di un’importante realtà professionale del Veneto, nella quale collabora in casi di primario rilievo nazionale in materia di diritto penale economico.</p>
<p style="text-align: justify;">La formazione penalistica prosegue con la frequenza dal 2015 al 2017 del Corso di formazione tecnica e deontologica dell’avvocato penalista, al termine del quale consegue l’idoneità all’iscrizione all’elenco nazionale dei difensori d’ufficio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2018 frequenta il Master Universitario di II livello in Diritto penale dell’impresa presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, al termine del quale consegue il diploma con lode.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2020 fonda un proprio studio.</p>
<p style="text-align: justify;">È autore di contributi nelle più importanti riviste scientifiche nazionali in materia di diritto penale dell’economia e del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 2020 è membro del Comitato di gestione della Scuola territoriale della Camera Penale Vicentina nonché relatore nell’ambito del Corso di formazione tecnica e deontologica dell’avvocato penalista.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;impegno professionale si è sempre affiancata la passione politica, declinata in particolare nell’ambito delle politiche giovanili sia a livello provinciale e regionale che in qualità di consigliere comunale del</p>
<p style="text-align: justify;">Comune di Brogliano, incarico ricoperto dal 2011 al 2016.</p>
<p style="text-align: justify;">È attivo nel mondo dell’associazionismo locale e internazionale e collabora attivamente per la realizzazione di numerose attività di servizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MARIANO-RANDON.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARIAGRAZIA CASTAGNA</strong>, candidata Assessore al Bilancio, è nata a Valdagno il 7 dicembre 1955, è sposata con 2 figli e residente a Trissino (VI). Si è diplomata nell’anno scolastico 1974/75 presso l’Istituto Tecnico Commerciale L. Luzzatti Valdagno come Perito Tecnico Commerciale ed è iscritta al Registro dei Revisori Contabili al n. 12008 D.M. 12.04.1995 Gazzetta Ufficiale n. 31bis del 21.04.1995.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal Dicembre 1975 al settembre 2020 ha lavorato presso la società Rino Mastrotto Group S.p.a. di Trissino (VI) maturando per tanto una pluriennale esperienza nell’area amministrazione, finanza e</p>
<p style="text-align: justify;">controllo. Da ottobre 2020 esercita la libera professione nella consulenza amministrativo finanziaria e</p>
<p style="text-align: justify;">gestionale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MARIA-GRAZIA-CASTAGNA.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CARMEN PERIN</strong>, candidata Assessore al Sociale e all’Istruzione, è nata a Valdagno il 3 maggio 1961, è coniugata con una figlia e risiede a Valdagno. Carmen ha conseguito il diploma di ragioneria presso l’I.T.C. L. Luzzatti nell’anno scolastico 1979/80 e la laurea in Economia e Commercio presso l’Università degli studi di Verona nel 1985.</p>
<p style="text-align: justify;">È iscritta al Registro dei Revisori contabili al n. 44646 dal 1995 e ha svolto incarichi di revisione contabile presso i comuni di Malo, Posina e Santorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Carmen è stata responsabile del Servizio Finanziario dei Comuni di Trissino e Malo e dirigente del Settore Secondo del Comune di Montecchio Maggiore dal 1994 fino al 30 aprile 2024 occupandosi dei Servizi finanziari e tributari e dal 2014 anche dei servizi Scuola e Sociale. Carmen è stata inoltre responsabile del Servizio Personale da luglio 2023.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente ha un incarico di collaborazione a titolo gratuito con il Comune di Montecchio Maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/CARMEN-PERIN.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARCO FRANCESCO VITETTA</strong>, candidato Assessore allo Sport, è nato a Valdagno il 6 novembre 1974, sposato e papà di due bambini.</p>
<p style="text-align: justify;">Si occupa principalmente di servizi nel settore horeca (hotellerie – restaurant – caffè), ma la sua più grande passione resta lo sport.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin da giovanissimo ha intrapreso molte attività sportive che lo hanno formato sia come atleta che, soprattutto, come persona.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre a praticarlo ancora, è dirigente di alcune società sportive del territorio perché egli ritiene con assoluta convinzione che lo Sport sia il miglior strumento inclusivo, educativo e sociale di una comunità. La sua aspirazione è rendere l’offerta sportiva di Valdagno attrattiva e moderna sia per i giovani che per i meno giovani … questo sarà il suo primo e principale impegno per la città.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MARCO-FRANCESCO-VITETTA.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GIAMPIETRO DALLA COSTA</strong>, candidato Assessore ai Lavori pubblici e Protezione civile, è nato ad Arzignano il 28 novembre 1969. Si è prima Diplomato Geometra presso l’Istituto Tecnico A. Canova di Vicenza nell’anno scolastico 1987-88, poi Laureato in Architettura presso IUAV Venezia nel 2006.  Dal 2007 è iscritto all’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Vicenza, oltre ad avere il Diploma Esperto in progettazione secondo le indicazioni dell’Agenzia Casa Clima. Giampietro è un libero professionista dal 1993 ed ha ricoperto diversi incarichi quali Sindaco di Crespadoro, Presidente della Comunità Montana Agno Chiampo, Consigliere della Provincia di Vicenza con delega all’ambiente, Componente della Commissione Edilizia Comunale di Arzignano (VI) e di Selva di Progno (VR), Componente dell’Assemblea dell’A.T.O. Valle del Chiampo, Componente, Vicepresidente e Presidente del B.M.I. Adige della Provincia di Vicenza e Componente del Gal Montagna Vicentina.</p>
<p style="text-align: justify;">SILVESTRO CRACCO, candidato alle politiche energetiche, è nato a Valdagno il 29 settembre 1966, è laureato in Ingegneria Elettrotecnica, attualmente è amministratore presso un’azienda del vicentino che opera nel settore energetico.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver lavorato per oltre 16 anni come direttore di stabilimento presso importanti aziende nazionali, è stato fondatore di un’azienda nel settore elettromeccanico e di un’azienda nel settore vitivinicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vive a Valdagno, sposato con tre figli, e dal 2009 si è occupato di politica in ambito comunale, in particolare per l’area centrodestra curando le politiche energetiche e del territorio, contrade e zone collinari, dove per altro ha origini ed ha investito per lo sviluppo locale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/SILVESTRO-CRACCO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<h2 style="text-align: justify;"><span style="color: #3366ff;">I candidati al Consiglio Comunale</span></h2>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #3366ff;">LISTA LUIGI BORGO SINDACO:</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANNA DAL CENGIO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anna Dal Cengio è nata a Valdagno il 20/06/1981, è cresciuta a Piana e da vent’anni abita in zona Maglio di Sotto. Attualmente responsabile degli acquisti di una nota azienda di Valdagno, ha lavorato nel settore della moda e della pelle per vent’anni, tra il Vicentino, Milano e la Toscana. Dopo essersi diplomata al Liceo Scientifico G.G. Trissino ha proseguito negli anni gli studi, continuando a lavorare, fino ad ottenere un Master in Business Administration. Convive da 15 anni con Marijo, originario della Serbia, ed hanno due bambine di 2 e 4 anni. Ha collaborato attivamente alla stesura del programma di rilancio della città, con particolare attenzione a tutti quei progetti capaci di avvicinare l&#8217;amministrazione comunale al cittadino e di rendere finalmente Valdagno un luogo di opportunità, per il lavoro, la famiglia ed il tempo libero.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ANNA-DAL-CENGIO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DANIELE VISONA’ </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Daniele Visonà è nato a Valdagno il 27 luglio 1989.</p>
<p style="text-align: justify;">È vissuto in una contrada di Castelvecchio ed è cresciuto con il valore della famiglia e l’amore verso il paese e la comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le scuole dell’obbligo frequentate a Valdagno, ha proseguito gli studi superiori a Schio, dove ha conseguito il diploma di maturità presso l’istituto ITCG L. e V. Pasini e raggiunto la qualifica di geometra.</p>
<p style="text-align: justify;">A seguito dei due anni di apprendistato, ha sostenuto gli Esami di Stato per l’abilitazione all’esercizio della libera professione di geometra e ottenuto il timbro.</p>
<p style="text-align: justify;">La vita e la passione per i motori l’hanno portato ad avvicinarsi al mondo della meccanica e quindi a cambiare professione; prima disegnatore, poi attrezzista e programmatore di macchine utensili CNC.</p>
<p style="text-align: justify;">Vive tutt’ora a Castelvecchio, è sposato dal 2019 con Jenny Zordan e ha una figlia, Agnese, di due anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/DANIELE-VISONA.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>LUCA LOVATO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato a VALDAGNO (VI), 26/08/1971</p>
<p style="text-align: justify;">Residente in via Don Enrico Tazzoli n° 4 36078 Valdagno (VI); Cellulare: 339/8715943; Indirizzi e-mail: lucalovato1971@gmail.com / l.lovato@epap.conafpec.it</p>
<p style="text-align: justify;">STUDI E FORMAZIONE: Giugno 1990: Diploma di geometra conseguito presso l’Istituto Tecnico per Geometri “A.Canova” di Vicenza con valutazione di 53/60. Marzo 1996: Laurea in scienze Agrarie, indirizzo Tecnico-Economico, conseguita presso l’Università degli studi di Padova con valutazione di 106/110. Giugno 1996: Abilitazione dell’esercizio della professione di Dottore Agronomo superando la 1° sessione del relativo Esame di Stato. Iscrizione presso l’ordine dei Dottori Agronomi e Forestali della provincia di Vicenza in posizione n° 235, in data 13/07/1996.</p>
<p style="text-align: justify;">1996-OGGI: partecipazione a corsi di aggiornamento e a convegni riguardanti le novità legislative e tecniche inerenti all’esercizio dell’attività professionale.</p>
<p style="text-align: justify;">1996-OGGI: esercizio della libera professione di agronomo, con particolare esperienza in materia ambientale, paesaggistica e gestione del territorio;</p>
<p style="text-align: justify;">2000-OGGI: collabora con l&#8217;Impresa edile di famiglia nella gestione dei cantieri di edilizia</p>
<p style="text-align: justify;">privata;</p>
<p style="text-align: justify;">ESPERIENZE PROFESSIONALI RECENTI E SIGNIFICATIVE</p>
<p style="text-align: justify;">1. Il sottoscritto, nell’ambito dell’attività professionale, è stato nominato in data 06/12/2004, componente della Commissione Edilizia Comunale del Comune di Trissino (VI), incarico tuttora attivo.</p>
<p style="text-align: justify;">2. Inoltre, nel periodo 2001-2004, è stato componente della C.E.C. del Comune di Valdagno.</p>
<p style="text-align: justify;">3. Membro, inoltre, della C.E.C. Integrata, in qualità di esperto ambientale, del comune di Recoaro Terme fino al 2018.</p>
<p style="text-align: justify;">4. Membro della Commissione di Agraria in sede alla Corte di Appello del Tribunale di Venezia fino al 2020</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/LUCA-LOVATO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GIULIA BERTOZZI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">è nata a Valdagno il 15 settembre 1981, ha conseguito il diploma presso l&#8217;Istituto Tecnico Commerciale L. Luzzati di Valdagno ed ha lavorato per 18 anni nel settore abbigliamento di lusso, principalmente presso la Valentino SPA.</p>
<p style="text-align: justify;">È sposata con Marco dal 2006 con cui ha 3 figli di 4, 11 e 15 anni. Questo la porta a ben capire le necessità e le difficoltà di una famiglia nel nostro tempo e a conoscere in modo approfondito le dinamiche del mondo scolastico per tutte le fasce di età. Sa quanto sia importante la presenza di servizi come mense, trasporti mirati, doposcuola e attività extrascolastiche e quanto la comunicazione positiva tra gli enti possa essere costruttiva e arricchente per scuola, studenti e famiglie.</p>
<p style="text-align: justify;">È volontaria, con marito e figli, nella comunità di Novale con l’obbiettivo di riportare al centro della vita comunitaria l’Oratorio in quanto luogo sano, sorvegliato e sicuro aperto a famiglie, giovani e anziani.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/GIULIA-BERTOZZI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GIACOMO PICCO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Giacomo Picco, nato a Valdagno il due luglio del 1997, è dottorando nel dipartimento di Storia dell’architettura &#8211; Università IUAV di Venezia. Dopo aver conseguito il diploma di liceo artistico all’istituto Umberto Boccioni di Valdagno, ha frequentato due corsi di laurea in Architettura presso lo IUAV a Venezia, entrambi ottenuti con il massimo dei voti. Ha collaborato con alcuni studi di progettazione locali, che gli hanno permesso di avvicinarsi alla pratica del restauro architettonico, intervenendo su alcuni edifici di Andrea Palladio, tra cui Villa Forni Cerato a Montecchio Precalcino e Villa Pisani Bonetti a Bagnolo di Lonigo. La sua tesi di laurea magistrale, incentrata sull’analisi di un edificio di origine palladiana, Villa Chiericati Da Porto Rigo a Vancimuglio di Grumolo delle Abbadesse, è in corso di pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente nel proprio percorso di dottorato sta sviluppando una tesi dedicata allo studio di Piazza San Marco nel XVIII secolo, ma i suoi principali temi di ricerca si concentrano sulla società e sull’architettura del territorio vicentino nel XVI e nel XVII secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/GIACOMO-PICCO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANGELO GELINDO CAVION </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato a VALDAGNO (VI), 17/04/1958</p>
<p style="text-align: justify;">Residenza: Valdagno, Via Valle Rialbo, 2</p>
<p style="text-align: justify;">Cellulare: 333 9164363.E-mail: <a href="mailto:cavionangelo@yahoo.it">cavionangelo@yahoo.it</a></p>
<p style="text-align: justify;">Stato Civile: Coniugato.</p>
<p style="text-align: justify;">Diploma di scuola media: conseguito presso la scuola media Garbin di Valdagno. Conoscenze Informatiche: Ambiente Operativo Windows, Word, Excel, Internet. Attuale stato: Pensionato</p>
<p style="text-align: justify;">Esperienze Professionali:</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1974 al 1979 : Artigiano posatore di pavimenti in legno nella ditta paterna in qualità di operaio con mansioni di posatore. Dal 1980 al 1995: Artigiano posatore di pavimenti in legno nella ditta paterna con la qualifica di socio nell&#8217;impresa familiare, in questo periodo, oltre al lavoro di posa inizio anche a gestire fornitori e clienti. Dal 1995 al 2017: Titolare dell&#8217;impresa artigiana di posatore di pavimenti in legno con la gestione completa della stessa</p>
<p style="text-align: justify;">Altre esperienze:</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1988 faccio parte del comitato volontario di Protezione Civile Valle dell&#8217;Agno dove per alcuni anni ho ricoperto il ruolo di consigliere e nel triennio 2019-2021 ho ricoperto il ruolo di Vicepresidente.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ANGELO-GELINDO-CAVION.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>BRUNO MARANO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiamo Bruno Marano, sono nato a Vicenza nel 1948 e trasferito a Valdagno nel 1963 dove ho avuto modo di apprezzare l’accoglienza e la molteplice offerta di praticare ogni sport. In quegli anni mio padre Vinicio aveva avviato la vendita e riparazione di macchine da scrivere e da calcolo la “FAMUR” . Ho giocato hockey a rotelle nella squadra locale minore  ”JOLLY HOTEL” e ho conseguito il diploma all’ “ITISVEM”. Dopo il servizio militare nel 7 Rgt. ALPINI, sono stato assunto alla “ROSSIFLOOR  spa” avendo vinto la selezione per Progettista Tecnico. Nel 1973 mi sono trasferito a Novara presso la “ INCO &#8211; Ermenegildo Zegna spa” in qualità di  tecnologo. Nel 1978 sono stato assunto c/o  la “SANTO DASSO spa Stellina” di Genova quale direttore tecnico. Dopo tante esperienze lavorative in Italia mi sono trasferito all’estero, in Polonia inizialmente come consulente, poi come imprenditore per poi diventare Direttore Generale della “ AUNDE POLAND Sp.zoo  auto motiv” produttore di tappezzeria automobilistica per ALFA, FIAT, FORD, VW, ecc… Nel 2015 sono rientrato in Italia quale pensionato tra la mia gente. Sono coniugato, ho una figlia e due nipoti. Ho praticato il tennis, lo scii, il Kendo e l’Hockey. Amo la musica, la lettura, il teatro e lo sport tutto. Sono stato scout nella GEI  e  impegnato nel volontariato nella Croce Verde di Alessandria.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/BRUNO-MARANO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ENRICO ROSSATO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">è nato a Valdagno il 06 novembre 1976. Ha conseguito il diploma come “Perito Capotecnico con specializzazione in elettronica industriale”. presso l “I.T.I.S. G. Chilesotti” di Thiene.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha lavorato per diversi anni come tecnico sistemista per una società di Padova e poi viene assunto a tempo indeterminato nel 2013 presso Valentino SPA come responsabile dell’infrastruttura IT delle boutique Valentino Europa. Da maggio 2023 è IT Manager presso Montura SPA.</p>
<p style="text-align: justify;">È sposato da 20 anni con Elena con cui ha 2 figli, un ragazzo di 17 e una ragazza di 12 anni. Molto presente nell’educazione dei figli e nella loro vita scolastica; infatti, fa parte di due comitati genitori ed è anche rappresentante di classe. Ha praticato per molti anni la pallavolo e ora arbitra le partite degli ex-compagni di squadra. Altra sua grande passione è andare in moto, anche con il figlio. È una persona responsabile, attiva e tenace. Molto organizzato, scrupoloso e affidabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ENRICO-ROSSATO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MALVINA SHEHI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Malvina Shehi, nata in Albania il 23 aprile 1991 e residente a Valdagno dal 1998. Dopo aver conseguito il diploma presso il Liceo Scientifico G.G. Trissino di Valdagno si è laureata in Giurisprudenza presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Verona.</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito ha iniziato il praticantato forense collaborando con due studi legali di Cornedo Vicentino per ottenere una migliore preparazione ai fini dell’esame finale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio di tali materie offre la possibilità di comprendere e approfondire molti aspetti della realtà socio-politica odierna e di avere una visione settoriale, ma al contempo di ampio respiro, delle fondamentali tematiche che interessano la società attuale. Si occupa difatti anche di amministrazioni di sostegno le quali permettono di essere a contatto con molteplici situazioni sociali all’interno della vallata e non solo e consentono di entrare in rapporto con i diversi servizi del Comune di riferimento</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MALVINA-SHEHI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #3366ff;">LISTA VALDAGNO DOMANI:</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>LUCA NIEDDU</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono Luca Nieddu, nato ad Arzignano nel 1997 ma cresciuto a Valdagno. Fin da bambino, ho amato lo sport e ho ottenuto risultati con la squadra di hockey della città. Recentemente ho concluso il mio percorso di studi e mi interesso anche di argomenti culturali e sociali. Ho notato una mancanza di eventi culturali nella nostra città e desidero cambiare questa situazione. Voglio promuovere dibattiti sull’attualità, mostre d’arte e spettacoli per coinvolgere tutti i cittadini e incoraggiare la partecipazione civica. Sotto la guida di Luigi Borgo, candidato sindaco di Valdagno, mi impegnerò a portare questi cambiamenti nella nostra comunità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/LUCA-NIEDDU.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>WALTER ALBANELLO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato il 28/12/1977 e cresciuto a Novale di Valdagno. Dopo le scuole dell’obbligo ha conseguito la maturità tecnica in Dirigente di Comunità ed il Diploma di Infermiere. Ha iniziato ad esercitare la professione Infermieristica nel 1997 in Casa di Riposo a Thiene per poi, nel 1998 passare in Azienda Ospedaliera a Valdagno nel reparto Geriatria. Dal 2004 diventa Infermiere di Anestesia e Rianimazione nella struttura Valdagnese, dove tutt’ora opera. Nel periodo Pandemico del Covid 19, viene trasferito in Rianimazione Covid a Vicenza, per supportare l’Emergenza Sanitaria. Da sempre ed ancor oggi collabora con Associazioni impegnate nel Sociale per la Comunità Valdagnese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/WALTER-ALBANELLO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MICHELE COCCO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Valdagno nel 1999. Diplomato in elettronica all’Itis Marzotto di Valdagno, ha conseguito il diploma di tecnico superiore presso l’ITS Meccatronico di Vicenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente impiegato come operaio in un’azienda di Valdagno, vive in una delle contrade della frazione di Castelvecchio dove nel tempo libero si dedica alla cura degli animali e alla coltivazione di terreni agricoli. Particolarmente attivo nell’organizzazione e nella gestione di eventi a favore della comunità locale di Castelvecchio, è tra i responsabili della tradizionale Sagra di Ferragosto. Quando non lavora si dedica ai suoi hobby. Ama andare in montagna ed è appassionato di fotografia. Si candida perché Valdagno ha bisogno di persone giovani e dinamiche che vogliano mettersi in gioco e che abbiano uno sguardo attento anche alle periferie.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MICHELE-COCCO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARIA GIUSEPPINA AGOSTINI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono Maria Giuseppina Agostini nata a Valdagno il 30/03/1969. Ho conseguito il diploma di Perito Tecnico Commerciale, la laurea in Filosofia ed un Master in Antropologia Cristianesimo e Religioni. Durante gli anni di studio non ho mai smesso di darmi da fare, per la mia indole intraprendente e ho sempre collaborato nella gestione delle attività di Famiglia. Sono docente presso il Centro di Formazione Professionale di Trissino. Amo lo sport la montagna e la mia città.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MARIA-GIUSEPPINA-AGOSTINI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>BRUNO NARDON </strong></p>
<p style="text-align: justify;">sono nato nel 1954. Ho vissuto fino a 25 anni in una contrada di Novale, dal 1980 mi sono trasferito a Valdagno dove da allora risiedo. Sono sposato con Annalisa, papà di Martina e nonno di Pietro.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho lavorato per 50 anni in una azienda di Schio iniziando come apprendista e arrivando a ricoprire ruoli di livello dirigenziale; grande esperienza professionale e di vita è stato risiedere per alcuni anni in Estremo Oriente dove ho contribuito a costruzione, start-up e messa a regime di una nuova azienda.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono in pensione ma, se richiesto, mi diverto a seguire qualche progetto come consulente esterno.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piace camminare, guidare la mia moto e fare immersioni. Leggere è il mio passatempo preferito.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi ritengo e mi descrivono come una persona corretta, coerente, decisa, che spesso riesce a portare una visione delle cose che altri non colgono.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/BRUNO-NARDON.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>TIZIANA PELLIZZARI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">RESIDENTE; Via Mure n° 9 36078 Valdagno VI, STATO SOCIALE: sposata​; TITOLO DI STUDIO:  diploma presso IIS Ceccato di Montecchio Maggiore. Lavoro presso la Marzotto woll di Valdagno e sono tecnico di laboratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">SU DI ME:</p>
<p style="text-align: justify;">ho vissuto fino all’età di 25 anni nel bellissimo paese di Altissimo. Fin da giovane ho sempre partecipato alle attività parrocchiali del mio paese, soprattutto nell’ambito del volontariato. Mi sono trasferita a Valdagno, in Località Castello, nell’agosto del 1996,ho un figlio di 22 anni. Sono attiva nel volontariato qui al Castello, collaborando con l’associazione di CastelloLive, da più di 20 anni. Mi sono messa a disposizione dei cittadini di Valdagno, perché credo ci sia bisogno di più attenzione al territorio, soprattutto ad una rivalutazione delle periferie.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio obiettivo nel campo è quello di dare il mio tempo e le mie conoscenze, la mia volontà al servizio del cittadino Valdagnese e di Valdagno stesso, perché amo la mia città e credo che con l’impegno si possa avere un posto migliore</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/TIZIANA-PELLIZZARI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>BERNARDO ROSSATO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sono Bernardo Rossato, ho 52 anni e vivo con la mia famiglia in piazza a Valdagno. Sono un imprenditore nel settore edile, precursore nel prevedere e soddisfare le necessità di benessere, efficienza e bellezza delle abitazioni. Voglio mettere a disposizione della mia città, che tanto mi ha dato, l&#8217;esperienza e le competenze maturate nel mio percorso professionale. Nato nella Città Sociale, un&#8217;area ricca di contenuti ma trascurata negli ultimi vent&#8217;anni, credo fermamente che ora sia il momento di innovare con coraggio e visione. Mi candido per promuovere uno sviluppo virtuoso e innovativo della nostra città.”</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/BERNARDO-ROSSATO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MATTEO MARIA BORTOLASO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Imprenditore – Ingegnere Elettronico (Bologna 1992). Autore di “Translating Business” (Amazon, 2021)</p>
<p style="text-align: justify;">Email: <a href="mailto:bmatteo66@gmail.com">bmatteo66@gmail.com</a>; Cell: +39 (347) 582 3457.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho trascorso la mia carriera di oltre 30 anni nel mondo degli affari internazionali concentrandomi sull&#8217;introduzione di nuovi prodotti sui mercati e sull&#8217;avvio di nuovi mercati, sia come dipendente che come indipendente con la mia società di consulenza e servizi, attiva dal 2001.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho operato alternativamente sul mercato Nord Americano per conto di aziende italiane e in Europa per conto di aziende americane ricoprendo con successo diversi ruoli: dal supporto all&#8217;ingegneria e allo sviluppo di prodotto, alle vendite interne e agli acquisti con titoli e responsabilità che spaziano da responsabile della qualità a direttore di stabilimento, delle risorse umane, a finzioni amministrative incluso budgeting e gestione delle unità locali, nonché selezione e gestione di agenti di vendita, area manager. Mi definisco un imprenditore a tutto tondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MATTEO-MARIA-BORTOLASO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ILARIA CASTAMAN </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nata l’8 ottobre 1994, dopo il diploma di ragioneria, mi occupo da 10 anni della gestione dell’attività di Famiglia, curando sia il rapporto con il pubblico che le attività amministrative. La moda è la mia passione più grande e per questo gestisco un blog a tema sui social, nello stesso tempo sto studiando comunicazione e marketing all’università. Dinamismo, innovazione sono dei tratti della mia personalità che voglio mettere a disposizione del comune e dei suoi abitanti .</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ILARIA-CASTAMAN.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ANDREA EDEROSI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato da una famiglia di operai ho avuto la fortuna di condividere , con i miei genitori, la costruzione ed ultimazione dei lavori del Teatro Super. Mio padre ,Taziano ,era il direttore artistico del teatro.</p>
<p style="text-align: justify;">Giocoforza ho condiviso con l&#8217;ambiente dello spettacolo dell&#8217;arte e dell&#8217;intrattenimento, i momenti più importanti della mia vita. Esperienze televisive con emittenti private mi hanno insegnato molto a livello espressivo e, quelle musicali, negli anni ’60,  ad armonizzarmi interiormente. Ho imparato ad interagire con le persone costruendo sia la mia professione lavorativa, nel settore della consulenza aziendale e sia quella dell’intrattenimento, lavorando senza risparmiarmi e divertendomi senza confini. Sono stati i Cittadini di Valdagno che in gran parte mi hanno aiutato nella mia crescita come uomo. Ed è per questo che sento di dover dare ancora qualcosa di mio per il bene comune. Sono stato consigliere della ProValdagno per diversi anni per poi diventarne il Presidente adoperandomi affinché tutti potessero trarne beneficio  collaborando direttamente con passione ed entusiasmo alle iniziative culturali , benefiche , ambientali che via via si andavano costruendo. Ora , in pensione da qualche mese, vedo l&#8217;opportunità di poter contribuire ancora alla realizzazione di progetti ambiziosi e di cambiamento della nostra Città. Assieme ad un gruppo di persone che credono fortemente  si possa fare di più, l’obbiettivo sarà sicuramente possibile.. Ascoltare, capire e sviluppare non sempre è facile ma sarà uno degli scopi principali che cercherò di portare avanti. Non è una “promessa politica” ma un impegno civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ANDREA-EDEROSI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DINA SCHIAVO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È nata a Valdagno il 2 agosto 1966, quinta di otto fratelli, dopo gli studi ha lavorato nell’attività</p>
<p style="text-align: justify;">del padre a Castelgomberto, ha avuto inoltre esperienze di lavoro in una bottega orafa e in uno</p>
<p style="text-align: justify;">studio dentistico. Durante il periodo scolastico dei figli ha collaborato attivamente nelle attività promosse dalla scuola e come catechista nella parrocchia di Ponte dei Nori. Ha due figli Giada e Matteo con Franco Ongaro, con il quale è sposata dal 1989, da allora vive a Valdagno e collabora con il marito nell’azienda di proprietà per cui conosce bene i vari aspetti del lavoro in team. Ha deciso di candidarsi perché crede che solo impegnandosi con determinazione, rispetto delle idee altrui, ascolto e trasparenza si possa migliorare la città in cui si vive.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/DINA-SCHIAVO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<h4 style="text-align: justify;"><span style="color: #3366ff;">LISTA SPORTIVI PER VALDAGNO</span></h4>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARCO MARCHETTI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Marco Marchetti è nato a Montecchio Maggiore il 20 maggio 1976 e ha sempre vissuto a Valdagno. Dopo l’anno di militare nell’arma dei Carabinieri, un’esperienza lavorativa all’estero di circa 6 anni nell’avviamento di impianti industriali ed un percorso di crescita all’interno di varie aziende nel settore dell’elettronica industriale, ora dirige due importanti realtà, una sita a Brescia ed una a Trento, per una Multinazionale Italiana del settore dell’automazione industriale e dell’Energia rinnovabile. Marco dal 2006 è sposato con Giulia, risiede a Novale ed ha 3 figli di 4, 11 e 15 anni. Il suo interesse per Valdagno è rimasto vivo grazie ai racconti trasmessi dalla famiglia paterna sulla vita del nonno, il Com. Caterino Marchetti. Il nonno di Marco è stato infatti parte attiva per la città, dagli anni 20 fino alla fine degli anni 70. Marco, sulle orme del nonno, vuole riportare Valdagno a quella grande città che è stata nel passato, collaborando con il Sindaco e la Giunta.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MARCO-MARCHETTI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DIMITRA LJUBISAVLJEVIC</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Risiedo a Valdagno in viale Trento 239. Sono una studentessa dell&#8217;ITS COSMO di Arzignano. Ho conseguito la maturità all’ITIS Marzotto di Valdagno. Parlo italiano, inglese e serbo. Ho conseguito il diploma di PH Pelle al Poliestetico di Milino. Ho lavorato come cameriera presso la Pizzeria Italia di Valdagno.  Ho competenze informatiche e di social media. Sono portata per il lavoro di team working, nella gestione delle emergenze; sono empatica e ho doti di comunicazione, educata e rispettosa delle regole.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/DIMITRA-LJUBISAVLJEVIC.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>EUGENIA BANARI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">51 anni, sposata, residente a Monte Di Malo, domiciliata a Valdagno. Ho un diploma di scuola alberghiera IV livello. Ho ricoperto per 16 anni il ruolo di responsabile dell&#8217;approvvigionamento alimentare al asilo d&#8217;infanzia. Svolgo lavoro di assistenza familiare da 18 anni, nel tempo libero faccio volontariato.</p>
<p style="text-align: justify;">Da oltre 7 anni rivesto il ruolo di Direttore Distributore della Compagnia Coral Club nota azienda da oltre 25 anni nel mercato mondiale nel settore dei prodotti naturali per la salute.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente ricopro il ruolo di Direttore Argento con tanta responsabilità e dedizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho deciso di candidarmi per sostenere il programma della lista civica candidato sindaco Luigi Borgo per la sua competenza, onestà e vasta esperienza dirigenziale, per rivitalizzare la città di Valdagno, la città che mi sta a cuore in cui lavoro da oltre 20 anni. La lista civica di Luigi Borgo sindaco è attenta al benessere delle nuove generazioni e alla possibilità di dare un futuro migliore a tutti i cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/EUGENIA-BANARI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NICOLA SCORZATO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Valdagno il 7/04/1972 è un artigiano. Nicola segue la parte elettrica di quadri ed effettua cablaggi; inoltre è un grande appassionato di scherma e di sub.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/NICOLA-SCORZATO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MANUELE FRAPIUME </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Abito in C.da Vegri,18 a Valdagno</p>
<p style="text-align: justify;">Scuola professionale indirizzo meccanico CFP.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente mi occupo della Gestione/progettazione tecnica aziendale.</p>
<p style="text-align: justify;">Sport: Ciclismo da 23 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Istruttore Spinning da 7 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Presidente del Ciclo club Novale dal 2010 al 2014</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MANUELE-FRAPIUME.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ELENA MATTEA GRANDIS </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nata a Valdagno il 10maggio 1981. Ha conseguito il diploma come “Perito commerciale” presso l’Istituto Tecnico Commerciale L. Luzzati di Valdagno. Ha subito iniziato a lavorare nell’attività di famiglia come commessa e collaboratrice per tutte le varie mansioni commerciali. Dopo 13 anni, ha deciso di cambiare per avere nuovi stimoli e da 7 anni è impiegata nell’ufficio acquisti di una grande realtà industriale ad Arzignano dove dice di aver trovato il lavoro che le si addice. È sposata da 20 anni con Enrico con cui ha 2 figli, un ragazzo di 17 e una ragazza di 12 anni. È una persona collaborativa, un’ottima ascoltatrice, con buone doti organizzative e predisposizione ai contatti umani. Si ritiene sincera e affidabile. È molto attiva nel comitato dei genitori del comprensivo scolastico dei figli, di cui ne è diventata vicepresidente dal 2022.Questo ha lo scopo di raccogliere fondi per le scuole, organizzando varie attività e feste per i bambini e le loro famiglie. È convinta che per cambiare le cose bisogna conoscere i vari aspetti e dinamiche di ogni realtà e partecipare in modo attivo per il bene comune.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ELENA-MATTEA-GRANDIS1.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MATTIA PIERO RANDON </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono Mattia Piero Randon, e annuncio la mia candidatura con la lista civica &#8220;Sportivi per Valdagno&#8221; per le prossime elezioni. A 47 anni, con una solida formazione in chimica e un&#8217;esperienza di lavoro di 28 anni in un&#8217;azienda chimica di zona, mi sono sempre considerato un cittadino attivo e impegnato nella mia comunità.<br />
La mia passione per lo sport è profonda e duratura. Da molti anni, ho dedicato il mio tempo al settore giovanile della nostra città come allenatore e dirigente nel calcio. Possiedo la licenza UEFA Grassroots C Licence per giovani calciatori, e mi sono reso conto dell&#8217;importanza cruciale dello sport nella vita dei nostri giovani.<br />
Mi candido con l&#8217;obiettivo di promuovere e sostenere lo sport a Valdagno. Credo che lo sport sia uno strumento potente per promuovere la salute, l&#8217;integrazione sociale e lo sviluppo personale. Voglio garantire che ogni giovane della nostra comunità abbia accesso a opportunità sportive di alta qualità e che lo sport sia valorizzato e sostenuto a tutti i livelli. Insieme alla lista civica &#8220;Sportivi per Valdagno&#8221;, e con il sostegno del nostro candidato sindaco Luigi Borgo, mi impegno a lavorare per un futuro in cui lo sport sia al centro della vita della nostra Valdagno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MATTIA-PIERO-RANDON.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NICOLA ALBERTI </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nato il 11/08/1975 operaio di 48 anni qualifica in elettromeccanica.. circa 35 anni passati nel mondo del calcio prima da giocatore poi da allenatore.. Partecipazione attiva allo Sgnarock da lì anche organizzativa al minifestival blues e al Torneo di Cerealto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/NICOLA-ALBERTI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CRISTIANO COARO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cristiano Coaro , 51 anni , nato e cresciuto al Maglio di Sopra di Valdagno .</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una militanza in squadre giovanili professionistiche di calcio , sono rientrato vicino a casa ed in breve tempo ho capito quale sarebbe stato il mio futuro lavorativo. Da 30 anni gestisco locali a Valdagno, bar jack &#8211; Albergo Roma &#8211; Garibaldi e Tasca , ho sempre creduto nelle potenzialità di questo paese e nel suo centro storico , vederlo così ridotto è avvilente sia come sportivo che come imprenditore.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono certo che Luigi Borgo sarà la persona giusta per risollevarci e portare nuovamente Valdagno al centro del tessuto economico provinciale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/CRISTIANO-COARO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ALESSADRO PRETTO </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho 18 anni e vivo a Valdagno. Sono studente al quarto anno presso l’istituto tecnico economico Marzotto &#8211; Luzzatti di Valdagno. Sono uno sportivo e grande amante dello sport e proprio per questo ho deciso di mettermi in gioco e di partecipare attivamente a queste elezioni come membro della lista civica “Sportivi</p>
<p style="text-align: justify;">per Valdagno”, a sostegno del candidato sindaco Luigi Borgo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo che la città abbia bisogno di persone unite e preparate per poter dare al nostro paese spazi più idonei dove praticare lo sport, a qualunque età e in qualunque condizione fisica. Sostenere in egual misura tutte le società sportive e creare collaborazione tra le stesse è il punto da cui partire.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/ALESSANDRO-PRETTO.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARINA PIZZINI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho 43 anni, sono originaria di Bussolengo, sono sposata con Marco e sono mamma di Beatrice e Tommaso. Sono laureata in Scienze Motorie. Ho praticato tennis a livello agonistico, sono poi diventata istruttore di secondo grado e preparatore fisico di primo grado sempre in ambito tennistico. Prediligo l&#8217;insegnamento ai bambini e da un paio di anni organizzo corsi per bambini speciali e spero che, come ci sto riuscendo io, possano realizzarlo anche altre realtà sportive.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.luigiborgo.com/wp-content/uploads/2024/05/MARINA-PIZZINI.pdf">Casellario giudiziario</a></p>
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		<title>Le Olimpiadi degli dei</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 aprile 2024 Un pensiero per l’estate, a meno di due stagione dalle Olimpiadi italiane, l’evento che non solo ci farà sciare meglio ma che ci farà essere persone migliori. Che è il vero fine di ogni evento olimpico. Le Olimpiadi, infatti, sono state ideate, e io credo dagli dei, perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1380"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 15 aprile 2024</p>
<p>Un pensiero per l’estate, a meno di due stagione dalle Olimpiadi italiane, l’evento che non solo ci farà sciare meglio ma che ci farà essere persone migliori. Che è il vero fine di ogni evento olimpico. Le Olimpiadi, infatti, sono state ideate, e io credo dagli dei, perché hanno lo straordinario potere di farci migliorare. Ed è proprio in virtù di questa nobilissima ragione che, dagli uomini, si indicono di 4 anni in 4 anni dal 776 a.C., cioè da ben 2802 anni. Una mitica storia millenaria del miglioramento umano, ecco che cosa sono e rappresentano le Olimpiadi.</p>
<p>Allora, in questa estate che abbiamo davanti, cerchiamo di capire bene il grande momento che stiamo per vivere. E capendolo, cerchiamo di giovarcene.</p>
<p>Le Olimpiadi sono il più alto confronto tra esseri uomini in un dato campo. Nel nostro caso, il campo è lo sci. Quindi i migliori sciatori al mondo si sfideranno per decretare chi sarà il numero uno. Ovvero il migliore uomo tra tutti gli uomini sciatori; la migliore donna tra tutte le donne che sciano. Quindi, attraverso la vittoria del singolo che ha saputo migliorarsi al punto di essere il migliore di tutti, le Olimpiadi esaltano l’intera umanità che continua a migliorare sé stessa. Le Olimpiadi decretano l’eccellenza umana che si innalza al divino Olimpo e ne celebrano l’altissimo trionfo.</p>
<p>Quella del campione olimpico, dunque, è una storia di crescita a livello divino. Nella notte dei tempi i nostri progenitori camminavano a quattro zampe come bradipi animali, oggi i nostri campioni volano, come dei, con gli sci ai piedi giù dal canalone della Tofana o dalla Stelvio a oltre cento chilometri all’ora.</p>
<p>Una storia di miglioramento, quella olimpica, contagiosa come nessun altra. Perché l’eccellenza genera eccellenza. Dal lato sportivo, il campione olimpico diventa il modello tecnico di riferimento, prima da imitare e poi da superare. Dal lato sociale, l’Olimpiade diventa per chi la ospita lo stimolo a crescere e svilupparsi. Dal lato umano, tutti siamo motivati a dare il meglio di noi stessi qualsiasi sia l’ambito in cui ci cimentiamo.</p>
<p>Non c’è dubbio. Avere le Olimpiadi nelle nostre montagne tra meno di 2 stagioni ci farà sciare meglio ed essere anche persone migliori, insomma ci farà essere “olimpici”, ci farà essere un po’ “dei”!</p>
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		<title>Il leader Soldà</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:50:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 febbraio 2024 Il leader è il leader con o senza gli sci. Le caratteristiche che lo distinguono non dipendono dalla presenza della neve o meno. L’ambito non c’entra. Del leader c’entra il carattere. E basta poco per riconoscerlo. Tanto che chiunque ne subisce il fascino, anche chi, magari, non sa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1378"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 15 febbraio 2024</p>
<p>Il leader è il leader con o senza gli sci. Le caratteristiche che lo distinguono non dipendono dalla presenza della neve o meno. L’ambito non c’entra. Del leader c’entra il carattere. E basta poco per riconoscerlo. Tanto che chiunque ne subisce il fascino, anche chi, magari, non sa elencarne le specifiche qualità.</p>
<p>Scriveva, nel XVI secolo, il Castiglione nel suo trattato “Il Cortigiano” che la principale dote di chi sa distinguersi come guida, come ispiratore, come capo – egli evidentemente non conosceva la parola “leader” – è la “sprezzatura”. Non si tratta di semplice coraggio. Di non temere quello che altri temono, ma di avere quella disinvoltura di fronte alle complessità del mondo che rende ogni suo atto spontaneo e naturale. Mi viene in mente, al riguardo, un aneddoto di un grande alpinista. A 16 anni Gino Soldà è in solitaria su una difficile parete di roccia mai tentata da alcuno. Quando ormai è in prossimità della vetta, s’incroda. Un inaspettato manto erboso lo priva dell’appiglio. E sotto c’è il vuoto. Ha solo 16 anni e quella è tra le sue prime esperienze. Dove altri sarebbero stati presi dal panico, Soldà vive il controllo di sé. È tranquillo. Sereno. Trova, dirà nel suo racconto, se stesso. La difficoltà gli dà concentrazione ed energia che si traducono in movimenti sicuri, di grazia. È in quel preciso momento che capisce che la montagna sarebbe stata la sua vita. Questa è la sprezzatura. Sugli sci è affacciarsi al cancello della Streif di Kitzbuhel con il sorriso e la voglia di scendere a tutta… è il salto di Ghedina.</p>
<p>Arbasino nei suoi ritratti di italiani illustri riconosceva all’Avvocato Gianni Agnelli il talento della sprezzatura. Sosteneva che l’essenza del suo stile non fossero i suoi denari, il suo potere, la sua eleganza nelle foto in barca a vela con i Kennedy, ma appunto la sprezzatura come modo di essere.</p>
<p>Ci sono infinità di manuali sulla leadership ma nessuno spiega come si diventa leader, come si coltiva la dote di trovare equilibrio e disinvoltura nella complessità dei nostri sentimenti nel grande teatro del mondo; equilibrio e disinvoltura nelle piste più difficili.</p>
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		<title>I giovani sono sempre i giovani</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:49:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 1 febbraio 2024 Parla con un direttore di scuola di sci oppure parla con un allenatore di club e i commenti sui nostri giovani sono gli stessi. I giovani sono pigri, sono viziati, sono perfino maleducati. Chissà dove andremo a finire con una gioventù così… debosciata! Per essere più preciso riporto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1376"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 1 febbraio 2024</p>
<p>Parla con un direttore di scuola di sci oppure parla con un allenatore di club e i commenti sui nostri giovani sono gli stessi. I giovani sono pigri, sono viziati, sono perfino maleducati. Chissà dove andremo a finire con una gioventù così… debosciata!</p>
<p>Per essere più preciso riporto letteralmente alcune affermazioni sui giovani e per comodità con il ragionamento che segue, le numero. La prima: “la nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, si burla dell’autorità, non ha alcun rispetto degli anziani; i giovani di adesso non si alzano quando un vecchio entra in una stanza, rispondono male perfino ai genitori, in una parola, sono cattivi”. La seconda: “non c’è più alcuna speranza per l’avvenire del nostro paese se la gioventù di oggi prenderà il potere domani, poiché questa gioventù è insopportabile, senza ritegno, terribile”. La terza: “il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico, i ragazzi non ascoltano più i loro genitori, la fine del mondo non sarà lontana”. La quarta e ultima “questa gioventù è marcia nel profondo del cuore, i giovani sono maligni e pigri, non saranno mai come la gioventù di una volta, quelli di oggi non saranno capaci di mantenere la nostra cultura”.</p>
<p>Ebbene, per essere ancora più preciso va detto che la prima è una citazione di Socrate del 470 a.C.; la seconda è di Esiodo, ancora più antica, del 720 a. C.; la terza è di un sacerdote egizio addirittura del 2000 a.C., mentre la quarta e ultima è incisa su un vaso di argilla trovato a Babilonia e risale a 3.000 anni a.C., cioè a oltre cinquemila anni fa.</p>
<p>Dopo l’“ebbene” che indica una conclusione, ci va il “bene” che indica una morale, questa: lamentarsi dei giovani è un antico e falso luogo comune. Tra i giovani di cui si lamentava Socrate, c’erano Platone e Aristotele che hanno eternizzato il suo pensiero e dato profondità alla filosofia greca da cui discende il pensiero occidentale; tra i giovani di Esiodo c’erano i grandi poeti ellenici che hanno dato inizio alla poesia greca e latina… tra i giovani di cui si lamentava l’anonimo sacerdote egizio e l’incisore babilonese c’erano anche gli stessi Socrate e Esiodo…  Insomma lamentarsi dei giovani è sempre sbagliato. Nella loro diversità da noi, c’è il futuro del mondo. E se il mondo di domani sarà bello, più che da loro, dipende da noi e da quello che gli lasciamo.</p>
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		<title>Lo sciatore narcisista</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:49:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 gennaio 2024 Video delle mie brame chi è il più forte a sciare del reame? Non c’è sciatore che non abbia la propria cineteca tecnica. Video sui tre archi di curva in pista ripida, media e piatta; su nevi morbide, compatte, ghiacciate; in autunno sui ghiacciai, all’inizio di stagione in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1374"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 15 gennaio 2024</p>
<p>Video delle mie brame chi è il più forte a sciare del reame? Non c’è sciatore che non abbia la propria cineteca tecnica. Video sui tre archi di curva in pista ripida, media e piatta; su nevi morbide, compatte, ghiacciate; in autunno sui ghiacciai, all’inizio di stagione in valle; alla fine dell’inverno sulle piste in quota. E poi ovviamente in gigante. Magari anche in slalom. Video con il telefonino per riprese dalla pista; video con la GoPro per riprendere la propria discesa; video dal drone per una ripresa dall’alto. La contemporaneità tecnologica ha dato a tutti gli sciatori la possibilità di farsi un video da ogni punto di vista. E poi di inviarlo agli amici, di caricarlo in rete per la sua mondo visione. La metamorfosi dello sciatore in narciso-sciatore si è compiuta. Sono finiti i tempi i cui si sciava sotto la seggiovia per farsi ammirare. Oggi lo sciatore narciso si specchia al video.</p>
<p>Ma vedersi fa bene? E continuare a riprendersi fa meglio? La mia risposta è sì e no! Sì, alla prima domanda, conoscersi è il sapere supremo e avere un’idea di come si scia è fondamentale per il proprio miglioramento; no, alla seconda, continuare a vedersi alla fine è depressivo e controproducente.</p>
<p>Il mito racconta che Narciso, specchiandosi alla fonte, nella fonte si annega. Cioè, innamorato di se stesso, volendo baciarsi, finisce in acqua. Il mito evidentemente ci rivela che non è bene vedere solo se stessi perché chi lo fa, finisce male.</p>
<p>Ma possiamo leggere anche altrimenti il mito di Narciso. Egli, schifato dell’immagine di sé riflessa dalla fonte, si è buttato in acqua. Cioè dopo essersi specchiato infinite volte – Narciso è narciso, vanitoso oltre ogni limite – quel giorno si vide male e, volendo cancellare la sua immagine riflessa sull’acqua, finisce come finisce.</p>
<p>È questo il nostro caso. Non tutti i nostri video rispondono alle nostre attese. Alcuni soddisfano, altri meno. E più ne facciamo, più ci attendiamo chissà cosa da essi. Come se il miglioramento fosse un percorso continuo e lineare. Poiché così non è; poiché a volte si scia bene a volte meno bene, alla fine è inevitabile rimanere delusi dai nostri video. E delusi, perdere un po’ di stima su noi e la nostra sciata.</p>
<p>Meglio quindi ricorrere con misura alla rappresentazione di sé. Narcisi innamorati o Narcisi schifati non vanno comunque bene per essere, all’esame, i più bravi sciatori del reame.</p>
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		<title>Strafighi come la roccia!</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:48:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 1 gennaio 2024 C’è una bella quanto maligna storiella, illuminante anche per chi nello sci ricopre un ruolo che può essere di tecnico di club o di direttore di scuola, di presidente di club, di comitato o di collegio maestri. Un ruolo insomma, qualunque esso sia. La storia è ben nota [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1372"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 1 gennaio 2024</p>
<p>C’è una bella quanto maligna storiella, illuminante anche per chi nello sci ricopre un ruolo che può essere di tecnico di club o di direttore di scuola, di presidente di club, di comitato o di collegio maestri. Un ruolo insomma, qualunque esso sia. La storia è ben nota negli ambienti che contano, università e palazzi della politica, ed è raccontata per spiegare quello che nessuno dovrebbe fare e che invece molti fanno.</p>
<p>In natura esiste un organismo – ha un nome difficile che sinceramente ho dimenticato &#8211; la cui struttura neurologica è minimale. Anzi, si dice che sia tra gli esseri viventi in assoluto più semplici che esistano sulla Terra. Eppure questo organismo basilare possiede qualcosa di senziente che lo porta ad agire con un minimo di finalità. Poca cosa, davvero minima, ma funzionale ed essenziale. Infatti è proprio grazie a questo quasi-nulla di sistema nervoso che dal mare in cui nasce, ma in cui non sopravvivrebbe, esso riesce a raggiungere tra sforzi indicibili la costa e attaccarsi con tutto se stesso alla scogliera, mettendo in salvo la propria fragile esistenza. Figo! Un trionfo della volontà di potenza della natura, una magia della vita per la vita: una minimale struttura nervosa ha ottenuto il suo grande fine.</p>
<p>Tuttavia, ecco la cosa ancora più incredibile, una volta attaccato alla roccia, finalmente al sicuro, all’aria e al sole, l’organismo vivente mangia il suo minimo apparato neurologico, ponendo fine alla sua esistenza di organismo vivente e diventando un tutt’uno con lo scoglio su cui si è aggrappato. Fossilizzandosi, insomma, si è reso eterno. Strafigo!</p>
<p>Quindi, daccapo, per capire meglio: nasce con un cervello minimo che più minimo non si può; è condannato a morire, ma con il minimo cervello che ha, si salva. Figo! Poi, però, una volta salvo, si mangia il minimo cervello grazie al quale si era salvato, per eternizzarsi roccia tra le rocce. Strafigo!</p>
<p>Dicevo che la storiella, la quale invero è un caso biologico, gira malignamente negli ambienti più prestigiosi, università e palazzi della politica, per spiegare cosa si deve fare per rimanere per sempre in quei prestigiosi ambienti a cui con difficoltà si è arrivati.</p>
<p>Avete capito bene: per arrivare alla carica ci vuole intelligenza, ma poi per mantenere per sempre l’agognata carica è necessario mangiarsi l’intelligenza, smettendo di pensare con coscienza e libero giudizio. In questo modo, come nella storiella, si diventa roccia tra le rocce. Eterni fossili del sistema.</p>
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		<title>La risata di Charlot</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:48:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 dicembre 2023 Proviamo a fare un ragionamento serio sulle selezioni per maestri di sci. Proviamo a farlo partendo da alcune storie davvero ridicole della nostra capacità di giudizio. Prima storia. Attorno agli anni Dieci del secolo scorso a Montecarlo si tenne una selezione per imitatori di Charlot, il personaggio inventato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1370"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 15 dicembre 2023</p>
<p>Proviamo a fare un ragionamento serio sulle selezioni per maestri di sci. Proviamo a farlo partendo da alcune storie davvero ridicole della nostra capacità di giudizio.</p>
<p>Prima storia. Attorno agli anni Dieci del secolo scorso a Montecarlo si tenne una selezione per imitatori di Charlot, il personaggio inventato e interpretato da Charlie Chaplin. Trovandosi in quei giorni Chaplin a Montecarlo, animato com’era del genio comico, tanto che amava dire “un giorno senza sorriso, è un giorno perso”, decise, ovviamente per ridere (lui) e per irridere (i commissari), di partecipare alla selezione. Chaplin interpreta Charlot che è Chaplin. L’originale interpreta se stesso, cosa che solo a dirla non ha senso, dato che l’originale non interpreta, l’originale è e non può essere che non sia. Si narra, quindi, che Chaplin sia salito sul palco. Abbia camminato, dolcemente barcollando con i piedi a papera come Charlot, facendo girare il bastoncino come Charlot. Altri fecero la stessa prova. Alla fine della selezione, Chaplin risultò il terzo classificato. Due copie, insomma, risultarono migliori dell’originale.</p>
<p>Altra storia: a Jimi Hendrix, il più grande chitarrista di sempre, piaceva suonare nei night assieme a musicisti dilettanti. Jimi si proponeva, loro lo facevano provare. Quasi mai, però, veniva inserito nel gruppo. Era Hendrix! Eppure, quelle sere, finiva ad essere solo Jimi a cui non restava che sedersi, prendersi una pinta di birra e ascoltare gli altri che suonavano senza il più grande chitarrista della storia della musica.</p>
<p>Altre storie: nel febbraio del 1993, all’apice del suo successo, Sting, la grande rock star inglese, si travestì da barbone e con la chitarra in mano si mise in un angolo della metropolitana di Londra a cantare le sue canzoni. Sting cantava Sting a meno di mezzo metro da chiunque, senza che nessuno lo riconoscesse. Cinque anni dopo, nel 1998, Claudio Baglioni ripeté l’esperimento in galleria Umberto I a Napoli. Se Sting raccolse 75 pance, pari a 1600 lire, meno di un euro, a Baglioni andò più o meno allo stesso modo. Nessuno riconobbe lui, né la sua voce. Baglioni cantava i suoi successi e nessuno si curava di fermarsi ad ascoltarlo.</p>
<p>Quattro storie di selezioni. Due sono selezioni da parte di una commissione, nel caso di Chaplin, una commissione ufficiale e presumibilmente di competenti; Hendrix, una commissione estemporanea di appassionati musicisti. E due selezioni, Sting e Baglioni, diciamo, popolari.</p>
<p>Se tutto ciò lo riferiamo allo sci, sarebbe come dire che le prime due selezioni sono quelle della commissione composta da istruttori e maestri che opera in pista; le seconde due sono il giudizio popolare sugli esiti della selezione che si fa al bar.</p>
<p>Non c’è dubbio, le storie raccontate ci dicono che tutti, commissioni e popolo, possono sbagliare esprimendo giudizi oggettivamente errati. Non c’è dubbio che per ovviare agli errori di qualsiasi selezione non resti che rifarla. Chaplin, Hendrix, Sting e Baglioni non si sono certi fermati a quel giudizio ma, come ha insegnato Charlot, ci avranno solo riso, tanto e a lungo, sopra.</p>
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		<title>Il maestro Gaber</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:47:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 novembre 2023 Maestri nostri, maestri vostri, c’è differenza tra i maestri di sci di ieri e i maestri di sci di oggi? Tra quelli che abbiamo avuto noi, che avevano preso il titolo negli anni ’70, e quelli di oggi che siamo noi e quelli più giovani di noi? C’è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1368"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 15 novembre 2023</p>
<p>Maestri nostri, maestri vostri, c’è differenza tra i maestri di sci di ieri e i maestri di sci di oggi? Tra quelli che abbiamo avuto noi, che avevano preso il titolo negli anni ’70, e quelli di oggi che siamo noi e quelli più giovani di noi? C’è differenza tra i maestri nostri che avevano i gradi &#8211; terzo, secondo, primo – e noi che siamo tutti di massimo grado; tra i maestri nostri che sciavano in assorbimento e anticipazione, maghi tra le gobbe, e i vostri che sciano al settimo livello, maghi nelle pieghe? C’è differenza tra i maestri di ieri che conducevano con gli sci lunghi 2 metri e 10 e i maestri di oggi che conducono anche in pendenze superiori al 40%; tra i maestri nostri che per avere il titolo dovevano convincere il severissimo Hubert Fink e i maestri vostri che per prendere la patacca devono superare la non meno severissima PFC-T?</p>
<p>Sto parafrasando una celebre canzone di Gaber, <em>padri miei, padri tuoi</em>. In pieni anni Settanta, anni di terrorismo, di rapimenti, anni bui, Gaber metteva a confronto i padri di ieri, quelli che sono diventati genitori prima della rivoluzione libertaria del ’68, con i padri di oggi, quelli che sono diventati genitori dopo il Sessantotto quando furono messi in discussione tutti i valori tradizionali. Gaber dice: “i padri miei che ci ho avuto io/ Erano seri e prudenti/ Gli abiti grigi, i modi calmi e misurati/ Persino nei divertimenti” mentre i padri tuoi, “i padri che potrei essere io/ non sono austeri e riservati/ si vestono più o meno come noi/ sono padri colorati”. E prosegue in uno spietato confronto al termine del quale ai primi, i padri miei, quelli che sono diventati genitori prima del ’68, riconosce una figura genitoriale di “consistenza”, mentre ai secondi, i padri tuoi, quelli post ’68, una figura genitoriale “disossata”.</p>
<p>Anche sugli sci gli anni ’70 furono turbolenti: c’erano associazioni alternative all’AMSI che sfornavano maestri, non c’erano i Collegi, l’abusivismo dilagava ovunque, ma non furono anni di contestazione e disgregazione valoriale. Anzi, la FISI e l’AMSI fecero quadrato contro l’abusivismo, contro le associazioni che sfornavano maestri con percorsi formativi alternativi e semplificati. Nelle selezioni tennero alto il livello e in pista i maestri continuarono a esprimere quella “consistenza” tecnica, didattica, sciistica, di conoscenza autentica della montagna che fu quella dei primi maestri, quando, negli anni ’30, si diplomarono i primi maestri di sci italiani.</p>
<p>Fu così che nel 1991 si arrivò a promulgare la legge che istituì i Collegi e con essi l’albo professionale, dando riconoscenza a quella “consistenza” del saper sciare e del saper insegnare lo sci che da novant’anni, cioè da sempre, costituisce l’essenza del maestro di sci italiano.</p>
<p>Se i padri di oggi non sono più i padri di ieri e la loro figura da “consistente” è diventata “disossata”, i maestri di sci di oggi sono nel profondo quelli di ieri, dell’altro ieri, quelli di sempre: campioni dello sci, modelli primi dell’arte di sciare.</p>
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		<title>4 amici al bar</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 1 novembre 2023 Siate gentili, ridateci – sullo sci e sulle sue questioni &#8211; le chiacchiere da bar e tenetevi le chiacchiere da social. C’è un abisso tra le une e le altre. E non solo per via del metterci la faccia, che al bar poteva sempre essere presa, anche solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1366"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 1 novembre 2023</p>
<p>Siate gentili, ridateci – sullo sci e sulle sue questioni &#8211; le chiacchiere da bar e tenetevi le chiacchiere da social. C’è un abisso tra le une e le altre. E non solo per via del metterci la faccia, che al bar poteva sempre essere presa, anche solo metaforicamente, a sberle, conferendo per ciò pur sempre un certo buon limite agli sproloqui, che i social non hanno, ma per il fatto che le chiacchiere da bar sono idealmente “costruttive” dove le altre sono programmaticamente “distruttive”.</p>
<p>Se infatti è certamente vero che al bar, tra un bicchiere e l’altro, si sono spesso dette assurdità grandi come montagne, tanto che bastava dire “questa l’hai sentita al bar” affinché la presunta verità si sciogliesse più velocemente della neve al sole, al bar, è altrettanto vero, si sono anche dette parole decisive e vitali sullo sci. Parole, inanzitutto, di futuro: i primi impianti e tutte le scuole di sci italiane sono nate al bar. Parole di impegno: le prime riunioni di Sci club e di Collegi maestri avvenivano al bar. Parole di sfida: dalle gare tra paesani alle grandi competizioni internazionali sono state pensate al bar. Parole, soprattutto, di conoscenza: in nessun altro luogo si è discusso di tecnica sciistica come al bar, dove tutto quello che si pensava sullo sci e tutto quello che si era sentito in pista veniva detto e ripetuto e commentato. Il bar è luogo di incontro, condivisione, confronto, socializzazione. È luogo di vita. Lo aveva capito Hemingway che per rendere vivi i suoi racconti si mise a scriverli su un tavolino de La Closerie des Lilas, un bistrot nel centro di Parigi, e lo avevano capito James Watson e Francis Crick che, avendo scoperto qualcosa di eccezionale sulla vita, decisero di esporlo al pub Eagle di Cambridge. Era la sera del 25 aprile del 1953 quando, tra una pinta e l’altra, annunciarono per la prima volta com’era la struttura del Dna e il suo meccanismo di riproduzione. La vita chiama sempre la vita allo “snack bar al canton”.</p>
<p>Ridateci le chiacchiere da bar sullo sci allora e tenetevi il chiacchiericcio da social, perché dove questi sono sterili parole a vanvera, le altre, tra enormità, balle e sparate, sono feconde parole di vita.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ma quale fine</title>
		<link>https://www.luigiborgo.com/2024/05/ma-quale-fine/</link>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2024 12:46:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.luigiborgo.com/?p=1364</guid>
		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 ottobre 2023 Stagioni sciistiche fantastiche e umori neri. Lo sci prospera e noi abbiamo pensieri depressivi. Lo spleen, l’umor tetro, era un sentimento da poeti ottocenteschi, che si scervellavano sulla questione della morte senza venirne a capo, non era certo un sentimento da sciatori, che hanno sempre ragionato sulla curva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1364"></span></p>
<p>Pubblicato su<em> Sciare magazine</em>, 15 ottobre 2023</p>
<p>Stagioni sciistiche fantastiche e umori neri. Lo sci prospera e noi abbiamo pensieri depressivi. Lo spleen, l’umor tetro, era un sentimento da poeti ottocenteschi, che si scervellavano sulla questione della morte senza venirne a capo, non era certo un sentimento da sciatori, che hanno sempre ragionato sulla curva perfetta, magari anch’essi non venendone a capo, ma avvicinandosi di qual poco a ogni stagione che li ha sempre resi vivi e felici. Eppure anche gli sciatori, come i poeti di due secoli fa, oggi vedono nero.</p>
<p>Vedono nero, perché non c’è giorno in cui non si senta la notizia che lo sci è morto: scioglimento definitivo dei ghiacciai, zero termico a quote in cui manca l’ossigeno, fine delle precipitazioni nevose invernali&#8230; conseguente insostenibilità economica di tutto il settore. Ma è vero che lo sci è morto?</p>
<p>Ciò che è vero, perché documento, è che lo sci si pratica da 6.500 anni, gli ultimi 140 anni dei quali trascorsi a emettere referti funebri su ogni cosa fino a scrivere anche quello che riguarda lo sci. Il primo a essere dichiarato morto fu nientepopodimeno che Dio. Lo annunciò Nietzsche nel libro “La gaia scienza”, 1882. Dopo fu la volta della Storia e di tutto il suo indotto: musei, archivi, libri. Lo si apprese in una fredda mattina parigina dal Figarò, 20 febbraio 1909, leggendo un articolo-manifesto di Filippo Tommaso Marinetti. Pochi anni dopo, fu la volta della Verità. Il filosofo austriaco Wittgenstein nel suo “Tractatus logico-philosophicus” (1921) dichiarava che la verità filosofica era morta. In breve ci fu una vera e propria epidemia. Morirono il romanzo (Bretòn, “Manifeste du surréalisme” 1924), la poesia e l’arte (Formaggio, “La questione della morte dell’arte”, 1962), morì la pittura (per colpa dell’arte concettuale), morì il teatro (per colpa del cinema), poi morì il cinema (per colpa della televisione), l’architettura a mattoni (per quel killer di Le Corbuisier, che utilizzava il cemento) e nella musica morì pure la melodia (per opera di quell’altro killer che fu Arnold Schoenberg). Presto il vezzo di gridare al morto passò dal mondo della cultura a quello sociale: nel 1968 morì la figura del padre, poi toccò al matrimonio (1974, referendum sul divorzio), poi morì il figlio (1981, referendum sull’aborto), alla fine degli anni Ottanta, Cioran disse che era morta l’Europa. Qualche anno fa Jeff McMahan, genetista dell’Università di Oxford, dichiarò morto l’antropocentrismo, ovvero l’uomo concepito dal coito, sostituito da un ibrido uomo-chimico generato in provetta, adesso è morto pure l’uomo-chimico sostituito da IA, l’intelligenza artificiale, che a sua volta annienterà l’intelligenza umana da cui pur è nata.</p>
<p>Se anche lo sci muore, beh, non si può dire che non sia in ottima compagnia. Perché in passato, dopo ogni dichiarazione di morte, si è sempre verificata una ripresa eccezionale del caro estinto. Bultam e Bonhoeffer, per esempio, ci hanno spiegato che la morte di Dio, dichiarata da Nietzsche, doveva essere intesa come la morte del Dio “vuoto”, quello invocato per una vittoria nello sport, ma non certo del Dio vissuto con fede sincera. E d’altro canto, dalla morte della Verità Heidegger ha trovato lo spunto per definire la verità come “svelatezza”, offrendoci un’efficacie interpretazione di essa. E così nel ‘68 era morta “la famiglia inferno” (Moravia) ma non la famiglia come legame profondo; nel ’74 moriva il matrimonio prigione, ma non quello felice e solidale; nell’81 moriva il figlio concepito dalla violenza, non certo quello dell’amore. Sarà allora vivace e magnifica la stagione sciistica che sta per iniziare e noi sciatori ce la godremo tutta fino in fondo alla faccia dei beccamorti.</p>
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		<title>Ski dome art</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2023 08:54:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 febbraio 2023 Se fosse una mancanza del sistema calcio e non del sistema sci, sarebbe già risolta, come, io credo, non esisterebbe la calvizie se fosse un problema femminile e non maschile come la calvizie è. Questione di cultura, insomma, cultura estetica, relativa alla calvizie, da millenni le donne perseguono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1349"></span></p>
<p>Pubblicato su<em> Sciare magazine</em>, 15 febbraio 2023</p>
<p>Se fosse una mancanza del sistema calcio e non del sistema sci, sarebbe già risolta, come, io credo, non esisterebbe la calvizie se fosse un problema femminile e non maschile come la calvizie è. Questione di cultura, insomma, cultura estetica, relativa alla calvizie, da millenni le donne perseguono la bellezza come gli uomini la forza; cultura sportiva, da almeno un secolo si costruiscono ovunque stadi di calcio mentre per lo sci si fatica solo a parlare di uno ski dome.</p>
<p>Eppure questa struttura ormai è necessaria. L’Italia è un paese di sciatori. Siamo primi al mondo per numero di giovani atleti. Nessun altro paese ne ha tanti come noi. E poi anche nelle categorie maggiori siamo tra i più vincenti. In un confronto calcio-sci, considerando i titoli mondiali dell’uno e dell’altro, non c’è storia. Infatti se nel calcio occupiamo l’ottava posizione del ranking mondiale, nello sci siamo da sempre tra i <em>top five</em>. In quello femminile addirittura siamo al top del top, occupando il secondo gradino del podio. Lo sci azzurro primeggia da quando è nato e sono più di cent’anni. Una struttura come uno ski dome serve per dare continuità e sviluppo a quel lavoro che ci ha portato a questi risultati. È vero che in Italia ci sono i ghiacciai ed è vero che è certamente meglio sciare in montagna piuttosto che al chiuso, ma uno ski dome è semplicemente una protesi, come lo sono gli stadi di calcio che sostituiscono i prati; come lo sono i toupet per i capelli. Quando d’estate la neve sui ghiacciai non è buona, quando in autunno piove o non fa freddo per dare inizio alla stagione con l’impiego dei cannoni, allora si va nello ski dome. Da maggio a novembre, insomma, può essere utile.</p>
<p>Certo, è fondamentale farlo con intelligenza: in un posto facilmente raggiungibile da tutti sci club italiani; con le più avanzate tecnologie, in modo che i costi per il suo funzionamento siano i più contenuti possibile; con soluzioni costruttive a impatto ambientale zero perché sia ecosostenibile. E anche sarebbe importante farlo esteticamente bello, perché possa essere un edificio da ammirare in sé e per sé, come il Colosseo, che era uno stadio, come il toupet di Sean Connery nei panni di James Bond, di cui nessuno ha mai messo in dubbio il fascino e la bellezza.</p>
<p>Ecco, uno ski dome ecosostenibile, esteticamente pregevole verrebbe a essere un’opera d’arte, il monumento allo sci italiano che non c’è e che lo sci italiano meriterebbe di avere.</p>
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		<title>Come una diva</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 07:13:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 1 febbraio 2023 È arrivata, in ritardo come una diva, ma è arrivata, la neve, bella ed eccitante come sempre. È arrivata sulle Alpi, sull’Appennino, sulla Sila e sull’Etna. Però è arrivata tardi quando ormai la gran parte dei giornali d’Europa strillava alla catastrofe di un mondo per sempre senza più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1347"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 1 febbraio 2023</p>
<p>È arrivata, in ritardo come una diva, ma è arrivata, la neve, bella ed eccitante come sempre. È arrivata sulle Alpi, sull’Appennino, sulla Sila e sull’Etna. Però è arrivata tardi quando ormai la gran parte dei giornali d’Europa strillava alla catastrofe di un mondo per sempre senza più neve. “L’ultima sciata” intitolava <em>La Stampa, </em>“Addio Neve”, il <em>Corriere della Sera</em> mentre i francesi se ne uscivano con le note previsioni che tra vent’anni non nevicherà più al di sotto dei 2000 metri per cui, data l’irreparabile situazione, loro stanno già pensando a come riqualificare la proposta turistica della montagna invernale. Era l’8 gennaio. Erano appena finite le vacanze di Natale. I giornali del mondo anticipavano l’estinzione totale e definitiva degli sciatori per mancanza di neve, così come a seguito dello sviluppo tecnologico accadde ai costruttori di calessi del far west e ai guardiani dei fari delle isole Orcadi e Shetland nel mare di Scozia. Nessun dubbio: se forse si può ancora salvare il Pianeta, non salveremo la neve.</p>
<p>Mentre tutti recitavano il <em>de profundis</em>, tra sciatori giravano carbonare copie di articoli su Elliot, la <em>winter storm</em> del secolo, la bufera di freddo e neve che ha attanagliato in una morsa di gelo l’intera America, dal Midwest ai Grandi Laghi agli Appalachi centrali, facendo segnare il Natale più freddo dalla fine degli anni Ottanta, quanto qui, in Europa, è stato uno dei più caldi di sempre. Tra sciatori si sussurrava: Buffalo è a 183 metri di altitudine e alla stessa latitudine, 42 gradi nord, de L’Aquila, che però è quasi quattro volte più alta sul livello del mare, 714 metri. Entrambe le città sono sullo stesso Pianeta e celebrano il Natale nello stesso giorno. Hanno perfino il nome ispirato dalla medesima fonte, il mondo animale. Se in una si è sommersi dalla neve e si grida al congelamento, e nell’altra c’è aria mite e si grida alla scomparsa dell’inverno, qualcosa non torna. Il meteo pare non più opposto tra emisferi nord e sud, boreale e australe, ma tra una parte e l’altra dello stesso emisfero. Qui non c’è un fiocco di neve mentre di là ne cadono a bizzeffe. Per cui arriverà, si diceva pieni di speranza. Ma anche sperare l’arrivo della neve non è corretto, certamente non è <em>politically correct,</em> dopo che Greta Thunberg al World Economiv Forum di Davos nel 2019 ha detto: “non voglio che abbiate speranza, voglio che proviate panico”.</p>
<p>Senza speranza, condannati senza appello, pieni di paura per la fine imminente, gli sciatori, come i detenuti la Bibbia, si sono messi a leggere i proverbi. Sul clima ce ne sono infiniti. E i proverbi sono, come dice la parola stessa, composta da <em>pro</em>, che significa “a favore”, e <em>verbum</em>, cioè “parola” intesa come “parola di verità”, espressioni della saggezza e dell’arguzia popolare “a favore della verità”. Ce ne sono che risalgono al Duecento. Ottocento e più anni, quindi, di sapienza maturata nell’osservazione diretta dei fenomeni e tramandata nei secoli. Il Dizionario dei Proverbi dell’UTET ne contiene 30.000. Quelli sul clima aprono la raccolta e sono i più numerosi. E tutti ribadiscono una verità: il tempo non lo si comanda e anche poco lo si capisce.</p>
<p>Una settimana dopo la pubblicazione di quegli articoli, è arrivata la neve, in ritardo come una diva, bella ed eccitante come sempre, che, come dice il proverbio, “è donna, nessuno la comanda, arriva e fa come vuole”.</p>
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		<title>Per una buona legge a favore della montagna</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 07:12:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 1 gennaio 2023 Per chilometri di piste, lo sci italiano merita considerazione e rispetto. Con i suoi 5.782 km di piste blu, rosse e nere lo sci si annovera tra le principali reti viarie del Paese. Se, infatti, si escludono la rete stradale ordinaria, che consta di 167.565 chilometri, e quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1345"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 1 gennaio 2023</p>
<p>Per chilometri di piste, lo sci italiano merita considerazione e rispetto. Con i suoi 5.782 km di piste blu, rosse e nere lo sci si annovera tra le principali reti viarie del Paese. Se, infatti, si escludono la rete stradale ordinaria, che consta di 167.565 chilometri, e quella delle piste ciclabili, che si estende tra strade, sentieri e piste ciclabili propriamente tali per 93.500 km, e, infine, quella ferroviaria che si sviluppa in 16.776 km di strade ferrate, la rete sciistica è tra le più estese strutture viarie della Penisola, appena di un migliaio di chilometri inferiore a quella autostradale, che è lunga 6.965 km.</p>
<p>Se, poi, si considera che l’Italia è da cima Testa Gemella Occidentale nelle Alpi Aurine, estremo nord del Paese, a punta Pesce nell’Isola di Lampedusa, estremo sud del confine nazionale, lunga circa 1300 km, beh, con gli sci ai piedi possiamo idealmente percorrerla per quasi 4 volte e mezza.</p>
<p>L’Italia è decisamente un paese di sci. E infatti, a ben contare, ci sono più impianti sciistici che stadi di calcio, 1.803 contro 1.626, escludendo, ovviamente, i campi sportivi dilettantistici, che sono 12.415.</p>
<p>I numeri parlano chiaro e ci dicono molto su quanto sia importante lo sci in Italia e quanto sia esteso e vario su tutto il territorio nazionale. Si scia, a est, lungo piste tra rocce di dolomia, a ovest, tra montagne di granito; si scia sulle Prealpi e sulla dorsale appenninica, tra nordiche abetaie e virgiliani faggeti; si scia oltre i 3 mila metri e sia scia al di sotto di quota mille; si scia ammirando cristallini laghi alpini, quanto gli azzurri mari d’Italia: dall’Adriatico al Tirreno, al Mediterraneo. Non credo che vi sia al mondo un luogo con una tale varietà di scenari sciistici.</p>
<p>Su questo dato di fatto, trentuno anni fa, l’8 marzo 1991, veniva approvata dalla Camera e dal Senato e promulgata dal Presidente della Repubblica la legge che disciplina i professionisti della montagna, maestri di sci e guide alpine. Una legge quadro che, nel suo essere legge nazionale, garantiva livelli di preparazione professionale minimi uniformi e al contempo, nel suo essere legge d’indirizzo, delegava alle singole Regioni di promulgare apposite leggi territoriali, attraverso le quali si riconosceva la varietà e la diversità della montagna italiana e quindi anche della sua offerta sciistica.</p>
<p>La legge numero 81 del 1991 e le leggi regionali che ne seguirono furono una grande conquista per le professioni della montagna. Che ne ricevettero la giusta considerazione e il giusto rispetto.</p>
<p>Oggi, ma è da tempo oramai, si sta parlando di promulgare una nuova legge ad ampio spettro “per lo sviluppo e la valorizzazione delle zone montane”, che preveda speciali strategie a beneficio di tutti gli operatori, in modo che vivere, lavorare, crescere in montagna possa essere meno difficile e svantaggioso di quanto oggi sia, e così arginando quello spopolamento che inesorabilmente si registra di anno in anno.</p>
<p>Ebbene, che la legge della montagna sia promulgata al più presto ma che essa anche, al pari della legge n. 81 del 1991 che definisce le professioni della neve e della roccia, sappia considerare e rispettare, nei comuni valori della montagna, la sua varietà e la sua diversità, per essere davvero, così, una buona legge.</p>
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		<title>Genitori spazzaneve</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 07:10:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 dicembre 2022 In Inghilterra li hanno chiamati “genitori spazzaneve” e, forse per via del nome che è proprio del nostro ambiente, genitori di questa specie si trovano a valanga sulle piste da sci. Sono quelli, dice l’autore della ricerca, che “ripuliscono ogni cosa davanti alla via dei loro figli in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1343"></span></p>
<p>Pubblicato su<em> Sciare magazine</em>, 15 dicembre 2022</p>
<p>In Inghilterra li hanno chiamati “genitori spazzaneve” e, forse per via del nome che è proprio del nostro ambiente, genitori di questa specie si trovano a valanga sulle piste da sci. Sono quelli, dice l’autore della ricerca, che “ripuliscono ogni cosa davanti alla via dei loro figli in modo che nulla possa andare a loro storto e così minacciare la loro autostima”. Sono, in altre parole, quei genitori che spazzano via la neve fin dentro la cameretta dei loro pargoli, perché possano vivere nell’agio super protetto della loro comfort-zone. Così alla partenza degli impianti sciistici si vedono genitori che allacciano i ganci degli scarponi a ragazzotti che a volte sono perfino più alti di loro, oppure al parterre delle gare ragazzi-allievi, papà-skiman che portano gli sci da gara del figlio alla partenza dello slalom, mentre la mamma gli infila il pettorale, come un tempo gli cambiava il pannolino, dandogli poi il gel energetico con la raccomandazione di prenderlo 10 minuti prima della partenza, “hai il pettorale 86, quando parte il 66, buttalo giù”, per poi aggiungere e concludere “no, meglio che venga io in partenza con te, così te lo do al momento giusto”, proprio come un tempo c’era il momento giusto della poppata lattea.</p>
<p>Oggi, insomma, pare vada così, con genitori iperprotettivi quando un tempo c’erano “i genitori tigri”, esattamente le “madri tigri”, secondo la celebre definizione della scrittrice cinese Amy Chua, madri che, spietate e ferocissime, volevano i loro tigrotti super performanti: primi a scuola e primi sugli sci.</p>
<p>Non è mai stato facile essere genitori e non lo sarà mai. Tuttavia, come si è capito che fare il genitore tigre generava figli (e genitori) infelici e depressi (dato che non ci vuole un genio per capire che nella vita, proprio come nello sci, nessuno mai può vincere sempre) anche fare il genitore spazzaneve è alquanto diseducativo ed è causa certa di infelicità futura. Crescere senza fatiche e difficoltà, senza sconfitte e fallimenti, senza timori e problemi, perché ci pensano mamma e papà a risolvere ogni complicazione, a sgobbare per ogni traguardo da conquistare, a schivare le sacrosante bocciature, significa far crescere il proprio figlio in un mondo che non è affatto quello reale. Significa non aver capito il portato educativo dello sport e dello sci in particolare.</p>
<p>Perché mandare i figli a sciare serve proprio per educarli all’indipendenza di organizzare da sé la propria giornata;  per insegnar loro di misurarsi con un contesto naturale, quello della montagna invernale, che è sempre duro, severo, impegnativo, che non fa mai sconti. E poi mandare i propri figli a sciare serve per far loro capire che la pista o la gara è difficile per tutti; che sugli sci non si è aiutati da nessuno e che tutto, proprio tutto quello che è necessario fare si può  e si deve farlo solo e soltanto da se stessi; che è al cancelletto di partenza della prova di allenamento e non al traguardo della prova di gara che bisogna voler vincere, perché il risultato è sempre e solo il prodotto di quanto si è lavorato per raggiungerlo.</p>
<p>Tutto l’opposto, quindi, di spazzargli la neve da sotto i piedi. Certamente è bene che i genitori vadano a sciare con i propri figli, che vadano ad ammirarli nelle gare, quale sia l’esito, ricordandosi, però, che nella vita le cose vanno un po’ come in teatro, dove chi inizia bene finisce male e le recite si chiamano tragedie; dove, viceversa, chi inizia male finisce bene e, allora, le recite si chiamano commedie. Sbagliare da giovani, insegna a non sbagliare da grandi; risolvere i problemi da sé, acutizza l’intelligenza; faticare per ogni piccola conquista, rafforza il carattere. Insomma tutto quello per cui si mandano i nostri figli a sciare e a spalarsi la neve da sé.</p>
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		<title>Il maestro italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 07:09:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 1 dicembre 2022 Il maestro di sci, italiano, s’intende, è, mi pare indiscutibile, una figura mitica della montagna invernale. Basta dire la parola “maestro” e già si è dentro nell’immaginario di storie favolose, d’imprese eroiche, di sciate divine. Il maestro appartiene al mito perché ha il carattere del condottiero, dell’eroe, del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1341"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 1 dicembre 2022</p>
<p>Il maestro di sci, italiano, s’intende, è, mi pare indiscutibile, una figura mitica della montagna invernale. Basta dire la parola “maestro” e già si è dentro nell’immaginario di storie favolose, d’imprese eroiche, di sciate divine. Il maestro appartiene al mito perché ha il carattere del condottiero, dell’eroe, del dio: sa condurci nelle discese più ardite, sfida con coraggio la neve e il ghiaccio, scia divinamente, compiendo le curve più difficili nel modo più semplice. Una lezione di sci, in virtù di ciò, non è mai stata un ordinario momento di addestramento e tantomeno un banale momento di divertimento. Una lezione ha sempre significato vivere il mito e, mi pare indiscutibile, non c’è nulla più inebriante di ciò.</p>
<p>Come questo sia avvenuto, non è difficile da capire. Tutti i miti affondano le proprie origini agli inizi della storia di una data civiltà. Essi sono il racconto attraverso il quale, quella data civiltà, esprime la propria concezione del mondo. La nostra è la civiltà della montagna e il suo mondo è quello severo e duro della neve e del freddo, dove la vita non è mai agevole, né semplice.</p>
<p>Lo sci degli inizi era lo specchio della vita in montagna di allora. Discese su prati con neve di ogni tipo mai battuta, salti da trampolini improvvisati, infinite corse nordiche lungo mulattiere innevate. Con gli sci i bambini andavano a scuola e a messa; gli adulti andavano a lavorare e a caccia; i più bravi e coraggiosi si sfidavano in gare audaci con giovani di altre valli per la gloria del proprio paese.</p>
<p>Quando finì la Prima guerra mondiale e i primi turisti cominciarono a salire in montagna, molti furono attratti dal nuovo sport e chiesero d’imparare a sciare. A nominare i primi maestri di sci non fu la FISI, che venne una quindicina di anni dopo, ma la stessa gente di montagna. Fu la “vox populi” a dire “va da quello che ti insegna a sciare” e quello era sempre e solo colui che vinceva le gare. Lo sciatore prescelto per fare il maestro era lo sciatore migliore, quello più veloce, più forte, più coraggioso anche se, per insegnare a un turista del tempo che non aveva mai visto gli sci, poteva bastare un bambino che usava gli sci per andare al catechismo. Il popolo di montagna sa che in montagna non si prende mai nulla alla leggera. Quindi, all’origine, il maestro fu il campione. Questa è la visione del mondo nella civiltà alpina. Il mito del maestro nasce da qui.</p>
<p>Giusta, sacrosanta, doverosa, appartenente al mito è allora la prova di gigante alle selezioni; di più ancora la PFC-T, la prova formativa comune tecnica, l’ex eurotest, per l’abilitazione professionale. I maestri devono sapere fare uno slalom. Sarebbe astorico il contrario. E di conseguenza è giusto, sacrosanto, doveroso, appartenente al mito che i maestri di sci siano tutti di massimo grado, perché, come si è detto, nella civiltà della montagna e nella sua concezione del mondo non ci sono le mezze figure. O si è o non si è capaci di stare sugli sci. Le mezze conoscenze non sono conoscenze. L’essere simpatico, divertente, empatico, conoscere le lingue, essere un bravo animatore, un giocoliere della neve, un gran didattico non sono caratteri che appartengono al mito. Il mito vuole il condottiero, l’eroe, il dio; vuole l’essere primo nella sfida agonistica, nella tecnica; …vuole il massimo livello.</p>
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		<title>Ciao Pindaro</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2023 07:08:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare magazine, 15 novembre 2022 Ci chiamano Pindaro, quando vogliono ridimensionarci, per certi voli alti e poetici che, come lui, talvolta facciamo, parlando dello sci e del suo futuro. Ci chiamano così, noi che facciamo i presidenti di club o i direttori di scuola di sci, che siamo presidenti di comitati o di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1338"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare magazine</em>, 15 novembre 2022</p>
<p>Ci chiamano Pindaro, quando vogliono ridimensionarci, per certi voli alti e poetici che, come lui, talvolta facciamo, parlando dello sci e del suo futuro. Ci chiamano così, noi che facciamo i presidenti di club o i direttori di scuola di sci, che siamo presidenti di comitati o di collegio o che in qualche modo abbiamo a cuore il mondo della neve e il suo progresso. Ci chiamano Pindaro, perché con i pensieri e le parole voliamo alto, staccandoci dagli accadimenti e dalle incombenze d’ogni giorno. Dovremmo prendercela per essere chiamati così, invece è il più bel complimento che ci possano fare. Perché Pindaro sono stati tutti i visionari che hanno fatto grande lo sci.</p>
<p>Pindaro fu l’abate Francesco Neri, quando nel 1663 partì dalla sua Ravenna per conoscere il grande nord e, così, essere il primo a raccontarci la pratica dello “ski”; e Pindaro fu quel pittore pazzo di Matthias Zdrasky che nella sua capanna a Lilienfelder pensò di bloccare il tallone allo sci inventando il discesismo; ma Pindaro fu anche Adolfo Kind, quando nell’inverno del 1897, senza badare a spese, si procurò dalla Svizzera un paio di sci compiendo le prime curve sulle nevi italiane e, Pindaro, senza dubbio, fu anche suo figlio Paolo, che assieme ad alcuni amici fondò il 21 novembre del 1901 lo Ski club Torino, primo sci club italiano e ventisettesimo della storia mondiale. Così come Pindaro furono anche i 3 presidenti di sci club, Torino, Milano e Roma, che costituirono l’Usci, l’Unione sci club italiani. Era il 1908 e quello fu il primo passo per la nascita della FISI. Certamente fu un colpo d’ala pindarico anche quello di Renato Ricci che nel 1933 unì le Federazioni del ghiaccio con la Federazione sci, che era nata nel 1920, dando vita alla FISI come la conosciamo noi oggi, Federazione di tutti gli sport della neve; e Pindaro fu l’ingegnere Pietro Ghiglione che diresse, nell’inverno del 1933, le prime selezioni per maestri di sci, così come Pindaro furono i magnifici 9 maestri scelti – tre toscani (Zeno Colò, Gino Seghi, Rolando Zanni) tre veneti (Abino Alverà, Italo Soldà, Renato Valle) due altoatesini (Francesco Freund, Ermanno Nogler) un piemontese (Marcello Paltrinieri) &#8211; che scrissero la prima progressione tecnica, la quarta a livello mondiale, iniziando la gloriosa storia dell’eccellenza tecnica italiana; e Pindaro fu anche quel gruppo di maestri che nel 1963 fondò l’AMSI, la quale fece uno dei voli più arditi e belli e riusciti di sempre, planando sulla Legge quadro n° 81 del 8 marzo 1991, che istituì i Collegi in modo che i maestri di sci da ambulanti divenissero, come è giusto che fosse, professionisti della montagna invernale; Pindaro fu chi inventò la prima slittovia, che divenne skilift e poi, staccandosi da terra, seggiovia e quindi funivia; chi concepì i battipista in grado di trasformare i pendii più ripidi in piste mozzafiato, e chi, perfino, pensò a sostituirsi al tempo meteorologico, inventando la neve artificiale.</p>
<p>Dietro a ogni curva di oggi c’è uno stupefacente colpo d’ala di ieri. Se è vero, che non tutti i voli sono andati a buon fine, che molti sono rimasti a volteggiare in aria o, peggio, sono rovinosamente precipitati a terra, è altrettanto vero che tutto quello che lo sci è oggi, ha la sua origine nella fantasia, nell’intuizione, nel colpo di genio, in un pensiero alto come un volo pindarico.</p>
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		<title>Diventare Maestri di sci è una vocazione senza “se” e senza “ma”</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2022 07:52:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, 1 novembre 2022 La ragione per cui si diventa maestri di sci è, tutta e solo, nella passione di esserlo. Sembra una contraddizione, l’oggettiva ragione spiegata con la soggettiva passione, invece non lo è. Nessuno mai è diventato maestro per un motivo che non fosse quello di un intimo desiderio di esserlo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1336"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, 1 novembre 2022</p>
<p>La ragione per cui si diventa maestri di sci è, tutta e solo, nella passione di esserlo. Sembra una contraddizione, l’oggettiva ragione spiegata con la soggettiva passione, invece non lo è. Nessuno mai è diventato maestro per un motivo che non fosse quello di un intimo desiderio di esserlo. Il denaro, la carriera, il prestigio sociale, le ben note motivazioni di tante scelte, in questo caso, non c’entrano. Si diventa maestri per vocazione, per spinta interiore, per essere quello che idealmente si vorrebbe essere: tutte motivazioni che potremmo definire, senza timore di cadere in contraddizione, oggettivamente soggettive.</p>
<p>Ragioni dell’io, quindi, sono quelle che portano un giovane a diventare un maestro di sci. E questo è stato da sempre, fin da quando, 90 anni fa, inverno del 1932/33, si tennero le prime severissime selezioni per maestri di sci. Ben 110 furono i giovani che da un po’ tutte le montagne d’Italia salirono sullo Stelvio nel giugno del 1933 per sottoporsi alla selezione per accedere al corso per maestri. Tutti ce la misero tutta per superare l’esame. Ma solo in 6 ebbero accesso al corso. Gli altri 104 tornarono a valle con una delle più cocenti sconfitte della loro giovane vita. Ecco da dove origina la grandezza che aleggia attorno al maestro di sci. Dietro al titolo non c’è convenienza o posa, ma un individuo con la propria storia, le proprie abilità e il proprio carattere. Il maestro è l’uomo e viceversa. Il titolo di maestro, allora, è una parte imprescindibile di sé, un tutt’uno di se stessi nel mondo reale. Tanto che una critica per una discesa mal fatta è sentita come un attacco personale, quasi una negazione al proprio diritto d’esistere.</p>
<p>In questa profonda immedesimazione tra ciò che si è e ciò che si fa, si comprende perché il maestro di sci è definito propriamente un “professionista”, parola bellissima e nobilissima che deriva dal latino “pro fide” e ha il significato di “degno di fede”.</p>
<p>Il maestro di sci merita in pieno la nostra fiducia perché quello che insegna, il modo in cui scia non sono mere prestazioni lavorative, ma espressioni autentiche di quello che lui stesso è. Della sua infinita passione per lo sci. Così si seguono le sue scie giù per le piste nere con cieca fiducia, come si ingerisce la medicina prescritta dal medico, anch’egli per definizione un professionista, senza prima farla esaminare in un laboratorio chimico. I professionisti propriamente tali sono coloro a cui ci affidiamo senza “se” e senza “ma” perché dietro al loro titolo ci sono prima e sempre loro stessi.</p>
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		<title>Se lo dice la Bibbia</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2022 07:52:04 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1334"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, 15 ottobre 2022</p>
<p>Che non sarà un inverno facile, lo sappiamo da quando abbiamo smesso di credere alle vacche del famoso sogno. Quello che è raccontato nella Bibbia, nel libro del Genesi, e che gli economisti da sempre hanno utilizzato per spiegare le alternanze tra periodi di crescita e periodi di recessione. Sette vacche magre per sette anni di carestia e sette vacche grasse per sette anni di prosperità. Un equilibrio che ci faceva vivere pieni di speranza anche nei periodi più bui: sempre agli anni difficili seguono quelli buoni, che saranno non meno degli altri.</p>
<p>Se così dice la Bibbia, sarà pur vero, ma noi sciatori non possiamo non constatare che le stagioni di vacche magre si stanno infilando una di seguito all’altra in un totale ben maggiore delle bibliche sette.</p>
<p>È dal 2007 che per comperarci uno skipass si pena! Allora fu colpa delle banche. Si erano fumate i soldi dei cittadini. Toccò agli Stati salvarle, ma questo mise in crisi la finanza pubblica. Quindi per salvare i conti degli Stati, non ci fu altro modo che indebitare gli stessi cittadini i cui conti erano stati azzerati dalle banche. Le porte delle stalle delle vacche magre allora si spalancarono come non mai, dando inizio al tempo dei sacrifici, tasse più alte e pensione mai. Si disse che per il bene collettivo si poteva, ovviamente, andare a sciare di meno. Poi è arrivato il Covid e il tristemente noto lockdown. Questa volta si disse che per la salute pubblica si poteva, ovviamente, non andare a sciare affatto. Poi, e ciò da un po’, c’è il meteo impazzito. Filotto d’inverni con scarse precipitazioni ed estati eccessivamente calde che annientano la bellezza suprema dei ghiacciai. Adesso è la volta delle grandi speculazioni sul prezzo dell’energia, che hanno alzato i costi a livelli folli, capaci di far chiudere gli impianti di risalita e quelli di produzione della neve quanto di fermare i gatti delle nevi e le auto degli sciatori in viaggio verso la montagna.</p>
<p>Se credessimo ai complotti, questo sarebbe il caso di riconoscere un complotto contro lo sci. Qualcuno vuole estinguerci. Quindici anni di sistematici attacchi finanziari, epidemici, meteorologici, economici. Una tempesta perfetta e micidiale. Ci manca solo che cada un meteorite, come fu quella volta per i dinosauri.</p>
<p>Eppure, ecco la notizia, non molliamo. “Vincer bisogna la sorte durando” (Virgilio, Eneide, V, 710). Siamo sciatori da seimila e cinquecento anni. Lo sci è tra le prime dieci invenzioni dell’uomo. Ha la stessa età della pesca e della scrittura. Ciò vuol dire che ne abbiamo viste tante e tante in oltre sei millenni di storia e se alla fin fine siamo ancora qui, a scivolare meravigliosamente sulla neve, qualcosa pur vuol dire.</p>
<p>Per esempio quello che è stato detto per i coloni dell’Oregon, “i pavidi non sono mai partiti; i pavidi non hanno mai imparato a sciare, i deboli non son mai arrivati; i deboli hanno cambiato sport”, gli altri siamo noi, i coraggiosi e i forti, che andranno avanti per altri seimila e cinquecento anni.</p>
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		<title>Il cielo sopra Chiampo</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 12:57:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra le cose essenziali che, quasi senza farsi notare, spariscono, era finita anche la poesia di Giacomo Zanella. Che nessuno leggeva più nemmeno quando veniva pubblicata in grande veste editoriale ma in piccolo corredo di chiose per i cent’anni della morte da uno dei migliori editori italiani del secolo scorso. L’edizione del 1988, infatti, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1321"></span></p>
<p>Tra le cose essenziali che, quasi senza farsi notare, spariscono, era finita anche la poesia di Giacomo Zanella.</p>
<p>Che nessuno leggeva più nemmeno quando veniva pubblicata in grande veste editoriale ma in piccolo corredo di chiose per i cent’anni della morte da uno dei migliori editori italiani del secolo scorso. L’edizione del 1988, infatti, per i tipi della Neri Pozza, preziosa e integrale ma priva di note e con minimi apparati critici, aveva sortito l’effetto opposto, ma non raro, di far sparire la poesia di Zanella nel momento in cui essa veniva riproposta all’attenzione dei lettori. Volendo, cioè, farne memoria, si era finiti per archiviarla, che è un modo ordinato di far sparire le parole e quanto esse di essenziale ci rivelano.</p>
<p>Così dell’opera di Zanella c’erano i libri, ma non i lettori, così come sotto il cielo di Chiampo e del Vicentino ci sono strade e piazze e istituti vari che portano il suo nome senza che nessuno tra coloro che passano per quelle strade e piazze e istituti vari conosca la sua opera.</p>
<p>Zanella era sparito inizialmente nella nomea di poeta difficile, poi nel giudizio di poeta non essenziale. Un processo che è durato quasi cinquant’anni, dall’anniversario del centenario della sua morte a oggi, anniversario del bicentenario della sua nascita. Senza farsi notare, dicevamo, Zanella era diventato un impersonale nome civico, al pari dei numeri.</p>
<p>Comunque sia, parafrasando l’inizio della cosmologia di Arato, è un dato di fatto che ancora oggi piene di Lui siano tutte le vie, tutte le piazze… ovunque ci sia il suo nome… Arato spiega questa onnipresenza con le parole più vere, “infatti siamo una stirpe”.</p>
<p>Ecco il punto, volenti o nolenti, consapevoli o meno, siamo una stirpe. Cioè siamo gente che ha qualcosa di essenziale in comune, che si chiama storia, paesaggio, sangue e sentire, che ci fa essere quello che noi siamo. Tanto che, con intelligenza, ricordiamo questo profondo legame che ci accomuna fin nelle azioni più superficiali della nostra vita di tutti i giorni, come il passare per una via, per una piazza intitolata, appunto, a chi, come Zanella, ha dato parole e pensieri alle persone da cui discendiamo, ai fatti che hanno determinato il nostro presente, ai luoghi in cui noi, come lui, siamo nati e cresciuti. Il non essenziale e l’archiviabile Zanella ha quindi prodotto quella poesia che, prima tra le opere dell’uomo, ci dà prova di essere una stirpe. Zanella è stato tra i cantori di quello che noi siamo. Se, in senso ampio, possiamo pensare al nostro essere italiani, per la lingua che usa e per certi temi di storia nazionale che affronta, in senso esatto, la stirpe è quella vicentina, di Chiampo e di Cavazzale, l’alfa e l’omega della sua esistenza.</p>
<p>Affatto archiviabile, quindi, è la poesia zanelliana. Eppure quello che è accaduto per la sua poesia, sta accadendo per la poesia in sé. Che sta sparendo tra le cose non essenziali. Questo non significa che non saremo più una stirpe. Avremo ancora e sempre qualcosa che ci accomunerà ma è evidente che di questo passo finiremo per essere una stirpe in Google e, allora, saremo uomini di una stirpe indifferenziata. Il cielo sarà uguale ovunque. Non riconosceremo più il nostro, quello veneto, serenissimo, rosa-celeste degli affreschi del Tiepolo o, come ci svela Mario Bardin, il cielo di “agili nubi” dello Zanella.</p>
<p>Da oltre trent’anni Mario Bardin s’interessa all’opera del poeta di Chiampo. L’aveva scoperta, come tutti, a scuola, quando ancora la si leggeva, con orgoglio vicentino, dopo quella del trentino Prati e prima di quella del grande padre della Patria, Carducci, primo italiano ad essere insignito del premio Nobel. Faceva sempre un certo effetto aprire le antologie scolastiche e trovarvi “tra cotanto senno” un poeta che era nato qui o, al più, per i non chiampesi, nella <em>valle di là</em>. Poi, nel caso di Bardin, che è nato a Schio, ci fu anche una giovanile gita scolastica alla Pieve della città natale di Zanella con la scoperta che la mamma dello Zanella era, invece, anch’ella di Schio, fino all’accidente, questo davvero decisivo, di assumere la sua prima condotta di medico proprio a Chiampo, da cui, poi, non si sarebbe più allontanato. Una specie di gioco chiastico tra paesi natali e paesi di vita lega Bardin a Zanella. Era inevitabile che negli anni i libri di Zanella sarebbero diventati sempre più numerosi in casa Bardin, dimora su cui ritorneremo per la sua eccezionalità anche in relazione alla poetica zanelliana, e con essi l’impegno di penetrare il suo pensiero. Il primo approfondimento post scolastico, dunque, risale agli anni novanta, quando Bardin e gli amici del Gruppo fotografico accompagnano la proiezione delle loro foto con la lettura di una ventina di sonetti di Zanella oltre all’ode suprema, “Sopra una conchiglia fossile nel mio studio”. Si trattava, tuttavia, di un avvicinamento libero. Le immagini non illustravano il testo, né, viceversa, le parole spiegavano le foto. Erano qualcosa di disgiunto, tuttavia quella fu l’occasione di avvicinarsi alla sua poesia in modo diverso da come solitamente si fa a scuola, quando la si legge in sé e per sé, al più confrontandola con altri versi letti sempre nello stesso modo autoreferenziale proprio dell’esercizio letterario. Quella pertanto fu l’occasione di mettere alla prova i sonetti di Zanella con i nostri tempi, esponendoli in una lettura pubblica a Chiampo, dopo che il centenario della morte era trascorso quasi senza lasciare traccia, se si considera che nemmeno nella biblioteca cittadina avevano trovato posto i volumi della sua <em>opera omnia</em> che erano stati pubblicati anche con il contributo della stessa Amministrazione cittadina.</p>
<p>Zanella stava sparendo, inesorabilmente, tra le cose non essenziali. Dopo quella forse un po’ timida proposta, quasi un esperimento, del Gruppo fotografico, per un decennio e oltre, nessuno parla più di lui. Né a Chiampo, né a Vicenza; una volta l’anno, invero, si fa il suo nome a Cavazzale nell’omonimo premio, giunto meritatamente alla XVII edizione e accompagnato da specifiche pubblicazioni. Per il resto è silenzio. Poi, ancora una volta in casa Bardin, accade qualcosa. Alcuni amici maturano l’idea di mettere in scena il poemetto “Milton e Galileo”. Lo fanno per loro stessi e per altri amici a cui lo propongono come momento di uno stare assieme colto e arricchente. Bardin scrive la sceneggiatura, “volgarizzando”, come lui dice, il testo zanelliano; gli amici studiano le parti assegnate a ciascuno per esporle, poi, in una lettura espressiva. Dietro alla scelta del poemetto c’è, tuttavia, qualcosa da capire. Com’è noto, qui Zanella affronta le affinità umane tra scienza e poesia e religione. Come egli stesso spiega nella dedica a Fedele Lampertico, il vecchio Galilei, il “Toscano geometra”, servendosi del telescopio, sua prodigiosa invenzione, mostra al giovane poeta inglese lo spettacolo allora nuovo della luna perché possa nascere in un’anima sensibile come la sua quel sentimento da cui origina la poesia. La proposta di Bardin, allora, di lavorare sul poemetto, mentre egli stava studiando la più articolata silloge “Astichello”, sembra quasi assumere la duplice funzione di preparare, da un lato, gli amici a quello che sarebbe stato il vero e ben più ostico incontro con l’opera zanelliana e, dall’altro, di dare a loro il senso dell’operazione che si stava proponendo attraverso quella che di fatto pare un’autodichiarazione d’identità dello stesso Bardin, medico e quindi uomo di scienza, ma, come tutti i veri medici, anche umanista e quindi anima sensibile all’arte. Lo Zanella di Bardin infatti è, come vedremo, uno Zanella diverso da quello proposto finora dalle accademie. È uno Zanella totalmente nuovo e sorprendente.</p>
<p>Il testo, dicevamo, adattato del “Milton e Galileo” funziona. Tra le mura domestiche viene presentato in più occasioni e ogni volta riesce sempre meglio tanto che si decide di proporlo anche in pubblico, a Chiampo prima in Auditorium comunale e poi davanti alla Grotta di Lourdes, quindi a Montecchio, a Villa Cordellina. Inoltre, quasi prolegomeni zanelliani, Bardin e amici rappresentano la trilogia tebana di Sofocle nell’affascinante giardino rinascimentale di villa Capra-Puglisi di Chiampo e nella corte della Ca’ d’oro, la cinquecentesca dimora dei conti Da Schio, a Vicenza. Poi, nell’ottobre del 2013, Bardin presenta nel salone d’onore di Villa Cordellina, sotto i cieli rosa-celesti del Tiepolo, l’opera su cui per un decennio aveva lavorato. Esce “Il mormorio dell’onda”, che raccoglie tutte le poesie contenute nell’“Astichello” corredate da quella che propriamente più che una pedissequa, scolastica parafrasi è una vera e propria traduzione dall’italiano ottocentesco e aulico di Zanella in un italiano moderno e vivace proprio del nostro tempo. Canto e controcanto, l’originale e la sua attualizzazione. Ad arricchire il tutto, Bardin compone anche alcune schede in prosa per offrire al lettore un approfondimento sui temi cari alla poesia zanelliana. Il libro ha successo. La gente lo accoglie con interesse e curiosità. Malgrado sia un tomo di quasi cinquecento pagine, esso si presta a una lettura discontinua per temi d’interesse personali, che lo rende piacevole. I più, all’oscuro dell’opera di Zanella, scoprono la sua poesia. E a Chiampo per il bicentenario della nascita del poeta, 9 settembre 2020, succede qualcosa di incredibile. Il sindaco, Matteo Macilotti, sensibile alla cultura, ordina la chiusura dell’intera via in cui il poeta è nato, dispone un grande palco per ospitare l’intervento di Mario Bardin e ben quattrocento posti a sedere. Che non bastano! L’anno dopo, quando esce il primo dei tre volumi dedicati all’intera opera poetica di Zanella a cura di Mario Bardin e voluti dall’Amministrazione cittadina con una tiratura di 800 copie, l’edizione viene presto esaurita. Delle circa quattromila famiglie che risiedono in città, una su cinque circa possiede una copia. Ne consegue che non ci sia più una via o una piazza della città, prima tra tutte quelle che portano il nome del poeta, nelle cui case non ci sia almeno un volume de “L’Opera poetica di Giacomo Zanella”.</p>
<p>Davvero adesso Zanella è ovunque a Chiampo con il suo pensiero sui grandi ed eterni temi sociali, “i mal conosciuti figli” del lavoro; sui centrali quesiti della scienza e su quel progresso tecnologico che avrebbe migliorato le condizioni di vita di tutti e soprattutto dei più umili; sulla religione, quella che lui chiamava la “religione materna”, quel sentimento del divino insito in ciascun uomo; sui grandi e meno grandi accadimenti della storia che hanno segnato il nostro presente; sulla vita quieta della campagna, con il suo paesaggio e i suoi corsi d’acqua, le colline e le montagne, i fiori e gli animali, i contadini e la loro esistenza semplice, di silenzio e solitudine, scandita dal suono delle “piangenti&#8221; campane&#8230;</p>
<p>Bardin non ha mai scritto che le poesie di Zanella sono dei capolavori della letteratura. Zanella non è un poeta primo. In migliaia di versi, i suoi endecasillabi eccelsi sono pochi e quasi mai tutti in una sola poesia. Zanella, però, ci ha fatto capire Bardin, è un poeta vero. La sua sensibilità è sincera. Le sue parole sono ispirate. I suoi pensieri sono onesti. Se nei suoi versi non c’è la bellezza suprema del nietzschiano “Grande stile”, c’è tuttavia un pensiero alto. Ed è quindi felicissima la scelta di Bardin di aver voluto non solo rendere con chiarezza esatta quanto egli dice, ma di aver voluto soprattutto dare nuovo vigore alla sua stessa poesia. Quella di Bardin è un’operazione, come anticipavamo, quasi più da medico che da letterato. Importano poco i rinvii eruditi, la metrica, la filologia; ciò che conta è aver ridato salute e, quindi, vita a un ottimo poeta della nostra terra.</p>
<p>Un discorso a sé, infine, meritano le prose che Bardin ha scritto a corredo dell’opera poetica di Zanella. In esse emerge una certa affinità tra i due nell’uso della tecnica del parallelismo. Zanella compose 14 studi di letteratura comparata che intitolò appunto “Paralleli letterari”, in cui confrontava poeti stranieri con poeti italiani. Bardin ha messo in parallelo i tempi di Zanella con i nostri tempi, le sue urgenze con le nostre, i suoi grandi temi con i nostri. La colpa di allotria, cioè di combinare temi tra loro distanti e diversi, che fu uno dei principali limiti che la critica evidenziò nella poesia zanelliana e che potrebbe essere rivolta anche a Bardin per aver scelto d’inserire nell’opera poetica di Zanella anche prose, appunto, di contenuto vario &#8211; storico, filosofico, politico, sociologico, artistico, musicale, ma anche scientifico e medico-sanitario &#8211; cioè tutto un sapere di natura decisamente enciclopedica, qui diventa il carattere di distinzione e qualità. La combinazione di conoscenze diverse, già zanelliana, è ciò che qualifica questo libro, oltre che a essere la cifra stilistica di Mario Bardin. Che ritroviamo nella sua casa, su una cui parete esterna si legge, ennesimo gioco di parallelismo, l’emistichio virgiliano “Datur hora quieti”, che è anche inscritto sul frontone sotto al timpano di villa Zanella a Cavazzale. Bardin ama la pluralità tematica quanto quella stilistica. La combinazione ardita degli argomenti e dei generi. La sua casa è un insieme straordinario di opere e oggetti di epoche varie, provenienti da luoghi tra loro assai lontani. Bardin è riuscito a coniugare felicemente espressioni di culture tanto differenti nel segno di un sentire che è tutto suo e che ritroviamo nella sua prosa, la quale, quasi ammiccando alla scrittura dei libretti d’opera &#8211; Bardin è un profondo conoscitore di musica &#8211; presenta continui e inattesi cambi di tono. Come quando per sintetizzare i suoi ragionamenti egli ama porre improvvise domande dirette, a cui far seguire altrettanto brevi e fulminee risposte. È un modo efficace, questo, di risolvere in poche battute le questioni molte complesse che egli pone. Ne viene un tipo di prosa che evidentemente predilige la lettura ad alta voce, quasi fosse un recitativo che aspiri a riprodurre la flessibilità e la naturalezza della lingua parlata.</p>
<p>Bardin è un uomo di metodo. Lo si capisce dai libri che pubblica. Egli ha ben chiaro il percorso da compiere fino all’obiettivo da raggiungere. Perché il metodo è essenzialmente disciplina, e la disciplina è la prima garanzia di un risultato. Che non va identificato con il successo e nemmeno con il riconoscimento per quello che si è fatto, ma è l’aver prodotto qualcosa di intelligente, di interessante, di ben fatto e anche di molto bello, come l’aver dato ragione di tornare a leggere una poesia che, quasi senza farsi notare, stava scomparendo.</p>
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		<title>Ritornare a Rodoy</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2022 16:43:03 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1314"></span></p>
<p>Com’è noto, la millenaria storia dello sci inizia con un disegno. Quello inciso, oltre 6.500 anni fa, sulla pietra rivenuta a Rodoy, comune norvegese della contea di Nordland, dalle parti, potremmo azzardare, della mitica Thule, raffigurante un uomo con ai piedi due lunghissimi sci mentre scivola veloce tenendo in mano un robusto bastone. La storia dello sci inizia, non a caso, con un segno artistico.</p>
<p>Perché lo sci fu, senza alcun dubbio, la più grande scoperta compiuta dalle arcaiche popolazioni del nord, autentico e assoluto prodigio della genialità umana che un altro tipo di genialità, quella artistica, ha da subito fissato sulla pietra per farne memoria e conoscenza, per celebrarne il prodigio e il suo portato salvifico.</p>
<p>L’iscrizione rupestre di Rodoy ci testimonia, con la potenza illuminante dell’arte, che lo sci è stato la prima tecnica di locomozione terrestre, in anticipo sull’invenzione della ruota di 1.500 anni. E come l’invenzione della ruota è stata per la nostra civiltà un fattore determinante di crescita e prosperità, così fu lo sci per le popolazioni artiche. Che grazie al suo utilizzo conobbero una nuova libertà, vincendo l’isolamento che la neve imponeva loro. Lo sci permetteva di muoversi veloci e di coprire distanze che sembravano infinite. In questo modo si ebbero nuove opportunità di conoscenza. I villaggi più remoti divennero raggiungibili. Si scoprirono nuove terre e in esse nuove genti; si acquisì il loro sapere, offrendo il proprio. Nel segno dello sci si formarono nuove comunità. Lo sci, poi, fu decisivo anche per il miglioramento delle condizioni di vita. Esso, infatti, rese possibile la caccia anche in inverno, che addirittura si rilevò più agevole e più proficua che nelle altre stagioni, dato che l’animale braccato lasciava sulla neve evidenti tracce, muovendosi meno abilmente e veloce rispetto al cacciatore-sciatore. La caccia invernale procurò dunque una nuova prosperità con carne fresca e in abbondanza anche nella stagione più difficile.</p>
<p>Quindi lo sci fu libertà e cultura, prosperità e salute. In una parola, fu “salvezza” per gli antichi uomini del nord. Salvezza dall’angoscia dell’isolamento, dagli errori dell’ignoranza, dalla sofferenza della fame, dal dolore delle malattie e della morte.</p>
<p>Lo sci, pertanto, è stato una delle prime vittorie dell’uomo sui pericoli della vita, vittoria che l’artista di Rodoy ha celebrato sulla pietra, facendone, propriamente, una sacra icona. La parola “sacro” significa “separato”. Lo sci, appunto, ha saputo separare, cioè allontanare, l’uomo dalla morte. Per tutto ciò esso è ascrivibile tra le grandi conquiste del genere umano.</p>
<p>Per sei mila e più anni lo sci è stato questo e, nella sua dimensione più autentica, continua esserlo nella libertà delle lunghe sciate domenicali nella magia della montagna invernale; nella conoscenza di territori accessibili solo con gli sci ai piedi; nel salutare esercizio della pratica sportiva nell’aria pura delle vette; nello sci agonistico, sfida di tecnica e di coraggio per la conquista del trofeo sportivo che ieri era venatorio; nello sci dei maestri, quale eterna ricerca della curva perfetta, temporanea ma salvifica vittoria sull’innata imperfezione umana.</p>
<p>Tornare nel segno di Rodoy è capire l’autentico dello sci, celebrarne il prodigio e rinnovarne i valori, dei quali i Maestri di sci del Veneto sono custodi.</p>
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		<title>Una mostra sullo sci</title>
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		<pubDate>Mon, 30 May 2022 16:41:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare Magazine, aprile 2022 I maestri di sci del Veneto ci aspettano tutti a Belluno questa estate presso la loro domus aurea per visitare la prima mostra di pittura dedicata all’arte di insegnare lo sci. Un evento in sé eccezionale, di grande impatto emotivo per tutti gli amanti dello sci. Un evento che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1312"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare Magazine</em>, aprile 2022</p>
<p>I maestri di sci del Veneto ci aspettano tutti a Belluno questa estate presso la loro <em>domus aurea</em> per visitare la prima mostra di pittura dedicata all’arte di insegnare lo sci. Un evento in sé eccezionale, di grande impatto emotivo per tutti gli amanti dello sci. Un evento che si inscrive nel momento magico dello sci Veneto, tra un Mondiale appena svolto con successo e una Olimpiade che sarà la più bella di sempre. Trenta tra i migliori allievi provenienti da tutto il mondo dell’Accademia di Brera di Milano, guidati dal professor Angelo Antonio Falmi, metteranno su tela l’affascinante tema: “il maestro di sci e l’arte di insegnare a scendere dai pendii innevati”. Le opere realizzate verranno esposte al pubblico dal mese di giugno al mese di settembre presso “la Casa dei Maestri”, a Belluno.  Sarà un modo unico per approfondire la nostra passione di sciare. È la prima volta che l’insegnamento dello sci diventa materia di riflessione artistica. Ma anche sarà un modo nuovo per pensare lo sci e il suo futuro. Esistono tanti musei nel mondo dedicati allo sci, in cui meritoriamente si fa cultura attraverso quella conoscenza del passato che è condizione imprescindibile per la comprensione del futuro, ma la mostra di Belluno sarà qualcosa di diverso, di speciale. Il futuro dello sci pensato attraverso la speculazione artistica che è da sempre straordinaria anticipatrice dei tempi.</p>
<p>Giovani artisti provenienti dai paesi più diversi ci offriranno la loro idea di sci. Fatta di colori, forme, segni. E intuizioni, quelle che hanno la forza di rendere visibile quello che ancora non lo è.</p>
<p>L’insegnamento dello sci italiano si avvicina ai 100 anni di storia. Tutto è iniziato nella stagione 1932-33 con le prime selezioni per maestri. Da allora i maestri italiani hanno sempre perseguito la via dell’eccellenza, affrontando e vincendo sfide difficili come quelle di un mercato europeo tendente sempre più a richiedere maestri di livelli inferiori, con un grado di formazione minore. Il maestro di sci italiano, invece, ha sempre creduto nella tecnica come sua prima ragione d’essere. Il che vuol dire che il maestro italiano è colui che mentre insegna e dimostra i rudimenti dello spazzaneve conosce e sa fare i movimenti raffinati delle curve sportive del settimo livello. Perché è maestro vero solo chi conosce nel profondo ciò che insegna. Questo è stato pensato cent’anni fa. E questo lo si pensa ancora oggi. Se così non fosse, mica si farebbero iniziative come quelle dei Maestri di sci del Veneto, per esempio.</p>
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		<title>L’età degli sciatori</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 12:51:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare Magazine, marzo 2022 L’argento nella discesa olimpica del quarantunenne Johan Clarey ci deve far aprire gli occhi sull’età biologica degli sciatori. Che rispetto a quella anagrafica è dieci o forse quindici anni in meno. Perché, quando la neve ci scivola sotto i piedi, accade che abbiamo tutti almeno 10 anni in meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1309"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare Magazine</em>, marzo 2022</p>
<p>L’argento nella discesa olimpica del quarantunenne Johan Clarey ci deve far aprire gli occhi sull’età biologica degli sciatori. Che rispetto a quella anagrafica è dieci o forse quindici anni in meno. Perché, quando la neve ci scivola sotto i piedi, accade che abbiamo tutti almeno 10 anni in meno rispetto a quello che si legge sulle nostre carte d’identità. Non si sa perché, ma è così. Con gli sci ai piedi siamo tutti forever young. Come ha dimostrato Clarey, come sa bene ogni sciatore, come, invero, già aveva capito Dante, quando nel IV libro del Convivio scriveva che quattro e non tre sono le età dell’uomo.</p>
<p>Premesso che Dante era un uomo del Trecento, quando a trent’anni la maggior parte delle donne e degli uomini aveva già perso tutti i denti, la divisione dell’età dell’uomo che egli fa è pura intelligenza; pura luce per capire le vere età dell’uomo anche quando ha gli sci ai piedi.</p>
<p>Ecco, la prima età è l’adolescenza. L’età, dice la parola, in cui ci si nutre, cioè s’impara a fare tutto, compreso a sciare. In questa età, dice Dante, è fondamentale l’obbedienza. Senza, non si combina nulla! Poi, ecco la cosa straordinaria, Dante fissa l’età adolescenziale dagli 1 ai 25 anni. Già, per imparare a sciare per davvero ci vuole un quarto di secolo di obbedienza! A seguire, c’è l’età della giovinezza, quella in cui, sempre come dice la parola, si deve gioire della vita. Essa inizia a 25 anni e finisce a 45 e per viverla in pienezza bisogna perseguire la “soavitade”, ovvero una certa leggerezza, perché è in questa fase che vi è lo smarrimento esistenziale della vita che da crescente diventa decrescente. Cioè il celebre trentacinquesimo anno “nel mezzo del cammin di nostra vita…” quando “…la diritta via era smarrita”.</p>
<p>Quindi, dopo aver gioito fino a 45 anni sulle piste di tutto il Pianeta, si entra nella terza età, la senettute, che potremmo chiamare l’età senatoriale della vita, che va dai 45 ai 70 anni. Qui Dante dice che il sentimento che deve regolare questo periodo della vita è la vergogna. Da senatori dell’esistenza, se si sbaglia, ci si deve solo e soltanto vergognare. E in effetti, un senatore dello sci che perde l’esterno non può che arrossire e ammettere candidamente il proprio errore. Infine, la quarta età è la “senio” e va dai 70 agli 80 anni. A guidare questo periodo della vita umana è l’“adornezza corporale”, che potremmo chiamare la cura di noi. Che nello sci vuol dire abbassare un po’ le velocità delle nostre discese e curare di più l’eleganza del gesto. Per Dante, da ultimo, l’età perfetta per passare a miglior vita è 81 anni, nove per nove ovviamente. Gli anni che avrebbe vissuto Cristo, se non l’avessimo messo in croce; gli anni vissuti da Platone.</p>
<p>L’argento a 41 anni di Clarey è stato conquistato nel pieno della sua giovinezza, nulla di più normale, avrebbe detto il Poeta.</p>
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		<title>Come è umano lei</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 12:51:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare Magazine, febbraio 2022 Nel mese di novembre dell’anno 2021 il bisnipote del ragioniere Ugo Fantozzi, numero di matricola 10001/bis, dell’Ufficio Sinistri della famigerata Megaditta dichiarò, nell’ammirazione generale di tutti i colleghi – e precisamente: del bisnipote del ragionier Felini, ipovedente grave come il bisnonno; del geometra Calboni, più arrivista del progenitore; della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1307"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare Magazine</em>, febbraio 2022</p>
<p>Nel mese di novembre dell’anno 2021 il bisnipote del ragioniere Ugo Fantozzi, numero di matricola 10001/bis, dell’Ufficio Sinistri della famigerata Megaditta dichiarò, nell’ammirazione generale di tutti i colleghi – e precisamente: del bisnipote del ragionier Felini, ipovedente grave come il bisnonno; del geometra Calboni, più arrivista del progenitore; della signorina Silvani junior, bellissima e inespugnabile zoccola al pari dell’ava – di voler andare a sciare.</p>
<p>Il giorno scelto in base a complicatissimi calcoli costi/benefici, condivisi con il suddetto ragionier Felini, fu il primo gennaio dell’anno di grazia duemila e ventidue.</p>
<p>Per prepararsi al fausto evento il ragionier Fantozzi Junior, all’anagrafe Gianugo, aveva, nell’ordine: iniziato uno specifico corso di ginnastica presciistica in un centro specializzato; provveduto a sottoscrivere formale iscrizione alla Fisi; stipulato quattro abbonamenti a riviste del settore; imparato quasi a memoria “La Guida tecnica all’acquisto”;  visto per 15 volte ciascuna le 15 videocassette “Ciak si scia con Alberto Tomba”; noleggiato con assicurazione kascko senza franchigia: sci, bastoncini e scarponi di ultimo grido; acquistato abbigliamento professionale in stile “quasi maestro di sci”.</p>
<p>Inoltre, per essere fisicamente pronto all’agognato evento, aveva intrapreso un digiuno cataro che lo aveva obbligato a saltare completamente sia il pranzo di Natale con panettone allo zabaglione sia il veglione di fine anno a base di cotechino e lenticchie.</p>
<p>Alle 21 e zero-zero del 31 dicembre, accolti gli auguri del presidente Mattarella a reti unificate con un sorrisino simile a quello che indirizzava alla buonanotte materna, si era coricato con apposita borsa di acqua calda sul ventre, sognando le inebrianti volate sugli sci del giorno successivo.</p>
<p>Quindi, anticipando il suono della sveglia di ben 4 ore, con precisione ragionieristica, Fantozzi Junior, dopo ricca colazione a base proteica, posizionati gli sci, punte davanti, sul un porta sci che aveva recuperato da un sinistro sfasciacarrozze, arrivò all’ufficio ski pass per acquistare il famigerato biglietto per cui aveva: svolto 50 ore di lavoro straordinario; portato per 100 volte la spesa a una ricca ereditiera domiciliata all’ultimo piano del palazzo avito; sottoscritto un piccolo mutuo; rubato, due volte, in chiesa nel cestello delle offerte (con solenne promessa di restituire il maltolto nel corso dei prossimi 10 anni).</p>
<p>“Venghino, venghino! Green pass! No base! Rafforzato! Registrazione sul portale. Polizza Rct! La carta d’identità o documento similare, patente di guida o passaporto! Serve la mascherina FFP2. Vietato il buff! Ha l’App? Ho l’App! Non c’è rete! La App non si carica. L’App non si apre. Come si fa senza App? In fila cominciano a girare voci strane. Qualcuno dice che alle casse chiedono alle donne il PAP test, agli uomini il PSA. Dopo interminabili ore d’ansia, al suo “venghi lei”, Fantozzi Junior supera brillantemente la prova dell’acquisto skipass con esibizione di una TAC addominale e dell’esame della prostata, completo di quello delle feci, tutti rigorosamente con data entro i 120 giorni. Con il prezioso ski pass gelosamente blindato sulla taschina preposta della manica sinistra della giacca a vento quasi-maestro, sci ai piedi, felicissimo, Gianugo si avvia al tornello per la sua prima salita. Sono le 17 e zero-zero. Il tornello non si apre. L’addetto dell’impianto gentilmente lo informa che lo skilift riaprirà domani mattina alle 8 e 30.</p>
<p>“Come è umano lei”.</p>
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		<title>Thoni presidente</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 12:50:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare Magazine, gennaio 2022 Perché non candidare uno sciatore a tredicesimo Presidente della Repubblica Italiana? Uno, mi viene in mente, come Gustavo Thöni? Uomo tenace, come chi è nato alle pendici di una montagna difficile; uomo serio, come lo sono quelli di poche parole; uomo onesto, come chi si è guadagnato tutto quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1305"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare Magazine</em>, gennaio 2022</p>
<p>Perché non candidare uno sciatore a tredicesimo Presidente della Repubblica Italiana? Uno, mi viene in mente, come Gustavo Thöni? Uomo tenace, come chi è nato alle pendici di una montagna difficile; uomo serio, come lo sono quelli di poche parole; uomo onesto, come chi si è guadagnato tutto quello che ha con il sudore delle sue vittorie. Gustavo Thöni sarebbe il presidente perfetto. Dopotutto un presidente di montagna non lo abbiamo mai avuto, dato che tre (Einaudi, Saragat e Scalfaro) erano piemontesi ma di città; e tutti gli altri erano certamente più marini che alpini: due (Segni e Cossiga) sardi; uno (Pertini) ligure; due (Ciampi e Gronchi) toscani e tre (De Nicola, Leone e Napolitano) campani; infine uno (Mattarella) siciliano. Beh, quantomeno per equità geografica, questa volta toccherebbe proprio a uno sciatore essere eletto alla più alta carica dello Stato!</p>
<p>Thöni, dicevo, sarebbe perfetto perché con lui potremmo rivivere un vitale sentimento di speranza, di cui tutti abbiamo oggi, più di ogni altra cosa, un profondo bisogno. Quella speranza che si viveva negli anni della Valanga Azzurra, quando con le vittorie di Thöni lo sci italiano vinceva nel mondo e con esso vinceva tutta la montagna italiana e l’Italia stessa. Che si scoprì terra di sciatori. Ve ne erano più di 5 milioni, quasi il doppio di quelli di oggi. Fioriva l’industria dello sci. Quasi tutti gli scarponi venivano prodotti in Italia. Nell’abbigliamento si anticipò quel “made in Italy” che nel decennio successivo avrebbe conquistato il mondo. Ovunque sorgevano seggiovie. E skilift venivano aperti anche sulle colline dietro casa. Dove vennero sperimentati i primi impianti di neve artificiale. La tv portava lo sci nelle case di tutti gli italiani. La montagna si coprì di seconde case, la maggior parte delle quali desiderate e acquistate proprio dagli amanti dello sci. Ogni domenica, da ogni città partivano pullman pieni di sciatori ad attendere i quali c’erano i maestri di sci sponsorizzati dal più prestigioso brand nazionale, l’Alitalia. Gli anni di Thöni furono gli anni dell’Italia dei record, a cui oggi si deve guardare con la speranza di poter tornare a rivivere quello stato di entusiasmante crescita.</p>
<p>Dieci anni fa, il 30 marzo del 2012, in piena crisi economica, Sergio Marchionne parlando ai giovani universitari disse: “Ma, anche se non sottovaluto la gravità della crisi che stiamo attraversando in Europa, non sono venuto qui a parlarvi di problemi né a tratteggiare un domani cupo e incerto. Si dice che gli esseri umani possono vivere quaranta giorni senza cibo, quattro giorni senza acqua e quattro minuti senza aria. Ma nessuno di noi può vivere quattro secondi senza speranza. Tutti noi, nel nostro ruolo di leader d’impresa, se abbiamo la forza di immaginare un futuro di crescita per le nostre aziende o per i nostri Paesi, abbiamo anche la responsabilità di rendere questa visione reale”.</p>
<p>Dopo la crisi economica del 2008, dopo il Covid del 2019 mi piace sperare che il prossimo Presidente della Repubblica, se proprio non può essere Thöni, sia almeno un amante dello sci e di quanto Thöni idealmente rappresenta con le sue vittorie, per dare allo sci e non solo allo sci un futuro di crescita e di prosperità.</p>
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		<title>Quella curva lì</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 12:49:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare Magazine, gennaio 2022 Secondo lui, la curva perfetta, la si può solo fare su una stretta lingua di neve che finisce nel mare. Lui è Giorgio Daidola, mitico maestro di sci, autore di una storica discesa con la tecnica dell’angelo, il Telemark, da una delle 14 montagne più alte della Terra, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1303"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare Magazine</em>, gennaio 2022</p>
<p>Secondo lui, la curva perfetta, la si può solo fare su una stretta lingua di neve che finisce nel mare. Lui è Giorgio Daidola, mitico maestro di sci, autore di una storica discesa con la tecnica dell’angelo, il Telemark, da una delle 14 montagne più alte della Terra, il Shisha Pangma, e di altre infinite imprese nel segno della ricerca della curva perfetta. Perché per Giorgio quella curva lì, quella che tutti cerchiamo sulle piste del mondo, ragione prima e unica e alta della nostra passione di sciare, è quella che finisce esattamente con la lamina dello sci esterno che accarezza il pelo dell’acqua, congiungendo montagna e mare. L’assoluto verticale con l’assoluto orizzontale. Che sono le due linee della sua vita. Il sistema cartesiano entro cui disegnare la curva perfetta. Giorgio è maestro di sci e alpinista ma anche uomo di mare. Così nel gennaio del 2020, mentre noi andavamo a sciare, lui è salpato dalle Canarie per raggiungere Capo Verde e da qui compiere il grande salto fino all’arcipelago delle Granadine, dall’altra parte dell’Atlantico, dopo un lento avvicinamento, iniziato a Finale Ligure quasi cinquant’anni prima, che lo ha portato, estate dopo estate, a toccare ogni costa e isola del Mediterraneo.</p>
<p>Un navigare omerico che nel luglio del 1976 lo aveva condotto sul punto di compiere la curva perfetta. Nell’arcipelago delle Eolie era sceso con gli sci dalla Sciara del Fuoco del vulcano di Stromboli. Dalla cima all’acqua. Perpendicolarmente. Ora la sua ricerca l’ha portato al di là dell’Atlantico, per lingue di neve del Grande Nord che s’immergono a piombo nell’Oceano artico, come racconta in un libro affascinante dal titolo emblematico: “la chiusura del cerchio”.</p>
<p>Ma Giorgio non è solo uno sciatore e un marinaio, è anche un pensatore dello sci (insegna economica all’Università di Trento) e se ancora non ha trovato la curva perfetta, ha da tempo formulato il suo pensiero perfetto sull’economia dello sci. Secondo il quale la prosperità del nostro sport e il suo futuro sono tutti nell’equilibrio del suo delicatissimo sistema. Si deve insomma capire che prospera la grande stazione, se prospera la piccola stazione; prospera l’impiantista, se prospera il maestro di sci; prospera l’albergo, se prospera l’affitta camere, ma anche l’alimentare e il giornalaio del paese alpino; prospera la scuola di sci, se prospera lo sci club e viceversa. Il mondo della neve deve fare sistema, sostenendosi reciprocamente nello spirito della passione per la montagna. Solo così si avrà un futuro felice. Perché, ci dice Giorgio, anche nelle attraversate atlantiche dove si è soli in mezzo al mare più grande, è la felice cooperazione degli elementi coinvolti – uomini e barca e organizzazioni portuensi – più che l’efficienza del singolo elemento a fare la differenza.</p>
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		<title>La colpa è del web</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 12:49:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare Magazine, dicembre 2021 Se sugli sci non va, sotto sotto è colpa di internet. Questa è la sola certezza dei tempi moderni. La certezza, cioè, che tutto il male del mondo origina da lì, dal web. Meglio, dall’uso che di esso si fa. Quindi, se non si riesce a compiere la curva [...]]]></description>
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<p>Pubblicato su <em>Sciare Magazine</em>, dicembre 2021</p>
<p>Se sugli sci non va, sotto sotto è colpa di internet. Questa è la sola certezza dei tempi moderni. La certezza, cioè, che tutto il male del mondo origina da lì, dal web. Meglio, dall’uso che di esso si fa. Quindi, se non si riesce a compiere la curva perfetta, ad abbassare i punti, a imparare uno qualsiasi dei sette livelli della progressione tecnica, bisogna solo e subito disconnettersi dalla rete. E tornare alla vita reale, dove, se si sostiene che la terra è piatta, si deve poi anche spiegare perché non siamo tutti fondisti.</p>
<p>Internet era partito bene, ma è finito malissimo. Era partito bene come spazio aperto per diffondere a tutti gli appassionati dello sci la curva dei migliori atleti o dei migliori istruttori, trionfo della democrazia; era partito bene, mettendo in dialogo gli appassionati dello sci più diversi e lontani, trionfo dello umanesimo sportivo; è finito malissimo come spazio spalancato per diffondere a chiunque le discese più maldestre e le teorie più strampalate che si possano dire sullo sci, trionfo del narcisismo e della saccenteria imperante; è finito malissimo, mettendo tutti allo scherno pubblico da parte di chiunque, trionfo della maleducazione e della cattiveria più ignorante.</p>
<p>Se non si ha idea di cosa sia lo sci e si va oggi sulla rete e si guarda tutto ciò che in essa si propone, ci si potrebbe convincere dell’idea che su Marte, a ragione dei sui 63 gradi sotto lo zero di media, ma anche dei suoi picchi di meno 140 gradi, si scia meglio che sulle Dolomiti, flagellate dal rialzo della temperatura terrestre. Il web non fa differenza tra la verità o la falsità dei suoi contenuti. Tutto e il contrario di tutto occupano i medesimi spazi. Senza filtri. Eppure tra le nostre più importanti istituzioni del sapere c’è l’Accademia della Crusca. È la più antica accademia linguistica al mondo. Si chiama così, perché da 500 anni filtra il buon sapere (la farina) dal cattivo sapere (la crusca). Cosa che, ormai da una cinquantina d’anni, non ha mai fatto internet. Cosa che, invece e per nostra fortuna, fanno da sempre e ancora i giornali, che prima di andare in stampa verificano quanto pubblicano e di questo si assumano le responsabilità.</p>
<p>Nei prossimi giorni il mondo dello sci dovrà sostenere il suo esame più importante: dovrà dare risposta se in montagna ci si contagia o meno. Ebbene, sia chiaro che molto di quanto si leggerà su internet, torre di Babele dei nostri tempi, sarà dannoso per capire davvero come stanno le cose.</p>
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		<title>La divina felicità pinta della nostra effige felice</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 07:25:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato in La dipinta Commedia, 2021 Nell’estate del 1320 Dante, oramai stabilitosi a Ravenna, forse raggiunto da tutta la famiglia, senza dubbio in compagnia dei due figli maschi, Jacopo e Pietro, è un uomo finalmente felice. Bastano le prime righe dell’epistola XIII a Can Grande della Scala per avere certezza di questo suo sentimento. Le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1299"></span></p>
<p>Pubblicato in <em>La dipinta Commedia,</em> 2021</p>
<p>Nell’estate del 1320 Dante, oramai stabilitosi a Ravenna, forse raggiunto da tutta la famiglia, senza dubbio in compagnia dei due figli maschi, Jacopo e Pietro, è un uomo finalmente felice. Bastano le prime righe dell’epistola XIII a Can Grande della Scala per avere certezza di questo suo sentimento. Le ragioni di questa attesa felicità sono solo in parte familiari. Come, solo in parte, sono attribuibili all’esser riuscito a completare, tra scienza divina e fatti umani, la Commedia e, per l’assoluta grandezza di essa, essersi meritato più di ogni altro il “cappello” di poeta. La felicità di Dante non è solo quella dell’esule che ha ritrovato casa e famiglia, né è quella di chi è riuscito a far coincidere il proprio io ideale con il proprio io reale: le proprie ambizioni con le proprie realizzazioni. La sua è una felicità diversa, filosofica; una felicità prima. Nel significato di metafisica e, in questo senso, è una felicità divina.</p>
<p>Dunque in quell’estate che sarebbe stata l’ultima della sua vita, Dante compie un gesto di doppia generosità, proprio di chi vive in uno stato di felicità speciale. La generosità, si sa, è misura della felicità. A Can Grande della Scala dedica la cantica del Paradiso e, nel farlo, desidera chiarire il significato autentico della sua opera, svelando, come in uno schema Linati ante litteram, il senso profondo della Commedia. La storia filologica di questa epistola è nota: solo i primi 7 capitoli dei 33 canonici che la compongono, sono attribuibili a Dante, il quale ne avrebbe interrotto la stesura dopoché il “victorioso” Can Grande non era più tale a seguito della sconfitta subita alle porte di Padova il 25 agosto 1320. I rimanenti 26 capitoli sarebbero stati invece composti una decina d’anni dopo, probabilmente da un anonimo dotto teologo di Sant’Eufemia in Verona, con il fine di dare compimento e universale conoscenza a quanto l’epistola intendeva esprimere: la dedica della terza cantica a Can Grande in modo così da legare per sempre la città scaligera al sacro poema; e, cosa più importante, assolvere al desiderio di Dante di comporre un “accessus” che indirizzasse il lettore della Commedia all’alto intendimento di essa. L’operazione riesce solo in parte. Il dotto teologo centra il primo obiettivo: è universalmente nota la dedica del Paradiso a Can Grande, a lui offerto e affidato, “vobis ascribo, vobis offerto, vobis denique recommendo”, ma, viceversa, il dotto teologo fallisce nel comporre l’”accessus” all’opera, che risulta un insieme di precetti decisamente noti della retorica medioevale, ad eccezione di un punto su cui a breve torneremo, che potrebbe far pensare che Dante avesse, dopo la composizione dei primi 7 capitoli, lasciato nel manoscritto perduto, come tutti gli autografi del poeta, una serie di annotazioni sui capitoli da comporre.</p>
<p>Comunque sia, i primi 7 capitoli dell’epistola dicono già molto di come Dante desiderava che si leggesse la Commedia. Che non è affatto il modo di come la si è sempre letta, grandioso affresco storico e summa dottrinale del Medioevo. La Commedia, nell’intendimento del suo autore, è <em>un viaggio</em>, così nel capitolo 7, “anime de luctu et miseria peccati ad statum gratie”, che, capitolo 15, il dotto teologo riprende quasi letteralmente: “si può dire in breve che il fine di tutta l’opera e della parte consiste nell’allontanare quelli che vivono questa vita dallo stato di miseria e condurli a uno stato di felicità”. La Commedia, quindi, sarebbe il viaggio che conduce l’uomo alla conoscenza della felicità.</p>
<p>Ma come può l’uomo aspirare alla felicità? E di quale felicità si tratta? Quella degli affetti o del successo? Dante, come abbiamo detto, nell’estate del 1320 viveva l’una come l’altra. Ma non è a questa felicità che si riferisce, quando, componendo l’epistola per chiarire quale sia la lettura alta della Commedia, sceglie come primo complemento oggetto di essa, appunto, la parola “felicità”.</p>
<p>A te, Can Grande, così inizia, io, Dante, soggetto, “fiorentinus natione non moribus” auguro, che cosa?, “vitam felicem”. E per attuare tale augurio dedica e dona, così nel capitolo terzo, la cantica suprema della sua Commedia, avvertendo che, capitolo settimo, si tratta di un’opera dal significato “polisemos, hoc est plurim sensuum”.</p>
<p>Non aggiunge altro, ma il messaggio è chiaro. Tra incontri e dialoghi con personaggi della storia e del presente; tra fatti antichi e passati e vicende contemporanee; tra allegorie e simboli; tra dottrine filosofiche, cosmologiche, teologiche, esiste nella Commedia un “sensuum” altro, filosofico, “hoc est non gratia speculativi negotii, sed gratia operis”, cioè di saggezza pratica di vita, cioè ancora, “di aver coscienza del meglio che è in noi”, capitolo secondo, che, per Dante, è ciò che porta gli uomini alla “vitam felicem”. Così, dunque, all’uomo più potente del suo tempo, Dante augura una vita felice offrendo ciò che contiene il sapere per una vita felice. La Commedia è, nella sua essenza, “un’analitica dell’esistenza”. Pensiero poetante e poetare pensante della “grande conoscenza” quale comprensione originaria, e in ciò unitaria e totalizzante, della vita umana. Ogni canto della Commedia ha, in livelli di profondità di lettura dissimili, un pensiero del sapere originario dell’esistere dal cui apprendimento si giunge, come si diceva, alla felicità prima, propriamente alla felicità filosofica intesa come metafisica e quindi divina, nel senso, esattamente, espresso nel verso 131 del trentatreesimo canto del Paradiso, autentico, potentissimo, ideale explicit del Commedia, quando Dante e con lui il lettore-filosofo vedono il volto di Dio pinto dell’effige dell’uomo. Dell’uomo felice.</p>
<p>Un canto particolarmente rivelatorio di questo “sensuum” filosofico della Commedia è il canto primo del Purgatorio, in cui Dante si pone la domanda più grave: chi è l’uomo forte. L’uomo solido. Quello su cui si può contare sempre. L’uomo che sa sopportare le fatiche, i dolori, le pene della vita. Chi è l’uomo che propriamente si può chiamare “Uomo”: quello che Cicerone nel De Officis aveva chiamato, con un’espressione semplice al punto di poter sembrare disarmante in confronto di ciò a cui il suo significato rinvia, “vir bonus”?</p>
<p>Dante si pone la domanda più grave all’inizio del Purgatorio, perché, della risposta, è lui stesso ad averne bisogno. Ha appena concluso la scrittura dei 34 canti dell’Inferno. Ci ha impiegato almeno 8 anni, ma forse sono quasi il doppio, se fosse vero che ha iniziato la Commedia quando era ancora a Firenze. Davanti a lui ha altri 66 canti da scrivere. Il doppio, meno uno, di quelli che ha scritto. Con quei ritmi servono almeno altri 16 anni. Dante ne ha già compiuti 50. È vero che nel Convivio scrive che l’età perfetta per morire è 81 anni (la perfezione del numero 9 moltiplicato per se stesso), ma per un uomo del medioevo 50 anni è già un’età venerabile. Infatti lui ne vivrà solo altri 6. E in questo breve arco di tempo deve scrivere ancora tutto il Purgatorio e tutto il Paradiso. E, poi, ha anche il problema della lingua. Quella di cui si è servito nella prima cantica, in cui poteva utilizzare espressioni anche triviali, come “ed elli avea del cul fatto trombetta” o “che merda fa di quel che si trangugia”, non potrà più essere la lingua delle altre due cantiche, le quali, l’una, il Purgatorio, ha per ambientazione un&#8217;ideazione che risale a pochi decenni prima, 1200 circa, su cui quasi non esistono libri, ragion per cui Dante è costretto a inventarsi quasi tutto; l’altra, il Paradiso, è il regno della pura luce e dello spirito, inesprimibile a parole umane, come egli stesso riconosce all’inizio della terza cantica.</p>
<p>Di fronte a tutto ciò, Dante è in crisi. Teme di non farcela. Dopo l’euforia di aver rivisto le stelle all’uscita del budello infernale, cade in depressione. Si è perso d’animo, non crede più in se stesso. Aspira a un passaggio dalla felicità come momento dell’essere alla felicità come stato dell’essere. Perché la felicità di aver rivisto le stelle e di aver concluso la prima cantica è già svanita. In questo primo canto del Purgatorio, Virgilio ricorda e così attualizza lo stato di “follia” di Dante, che quasi lo aveva portato a vedere “l’ultima sera”. Cioè, addirittura, ad esser stato sul punto di procurarsi la morte.</p>
<p>Ma Dante reagisce, ponendosi la domanda più grave: chi è l’uomo che sa affrontare tutto ciò? E Dante si rasserena, trovando la risposta alla domanda più grave nell’incontro con Catone e nel dono che Catone gli fa.</p>
<p>Ma perché Dante sceglie Catone, che è un filosofo precristiano, e Dante pone chi è morto senza conoscere Cristo nel Limbo? Risposta: Catone è un filosofo stoico ed è simbolo più di qualsiasi altro di quella fermezza dello spirito, di cui Dante sta sentendo il bisogno. Daccapo, perché Dante pone proprio Catone sulla soglia del Purgatorio che è un suicida, quando colloca i violenti contro se stessi nel 7° cerchio dell’Inferno? Risposta: il suicidio di Catone è l’allegoria dell’uomo che sa uccidere il proprio vecchio io per far nascere un proprio io migliore, così come sono chiamate a fare le anime del Purgatorio, la cantica in cui si persegue il proprio miglioramento; così come era accaduto a Dante stesso capace di <em>uccidere</em> e, per due volte, la sua “follia”.</p>
<p>Accadde allora che Dante incontri Catone, il simbolo dell’uomo dalla ferrea moralità e dell’uomo che sa migliorarsi, il quale, inaspettatamente, dona a Dante un ramoscello di giunco, l’unica pianta che in virtù della sua flessibilità sopravvive ai venti violenti e alle mareggiate impetuose che sferzano la costa del Purgatorio. L’inflessibile offre la flessibilità. Non si tratta di una contraddizione, ma di un completamento. Heidegger direbbe che anche i tornanti delle strade di montagna invertono la nostra direzione per portarci alla sommità del passo e metterci nelle condizioni di superarlo.</p>
<p>Ecco allora la lezione di Dante: per essere un uomo propriamente tale si deve essere interiormente inflessibili, come Catone, ed esternamente, cioè verso tutto ciò che è altro da noi, come le mareggiate e i venti violenti, flessibili, condiscendenti, come il giunco. “Oh maraviglia…” dice Dante parlando del giungo e ritrovando se stesso: “cotal si rinacque/ subitamente là onde l’avelse”; oh meraviglia, questo ritornare se stessi subito e dove siamo stati abbattuti.</p>
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		<title>Il Legislatore smemorato</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 07:24:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, dicembre 2021 Povero smemorato Legislatore, togliendo il vino agli sciatori ha contraddetto se stesso e il suo alto ufficio. Quello di, attraverso la norma, rendere normale, cioè regolata ma anche libera, misurata ma anche vivace, pacifica ma anche gaia, volta al presente ma anche memore della saggezza del passato, la convivenza civile. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1297"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, dicembre 2021</p>
<p>Povero smemorato Legislatore, togliendo il vino agli sciatori ha contraddetto se stesso e il suo alto ufficio. Quello di, attraverso la norma, rendere normale, cioè regolata ma anche libera, misurata ma anche vivace, pacifica ma anche gaia, volta al presente ma anche memore della saggezza del passato, la convivenza civile. Anche quella sulle piste, ovviamente.</p>
<p>È bene ricordare, infatti, che la nostra antica civiltà, di cui il Legislatore è un cardine fondamentale, nasce proprio dal vino. Ne abbiamo prova certa da alcune tavolette d’argilla emerse fra le rovine di Nippur, un territorio a sud dell’attuale Bagdad, datate tra la fine IV millennio e l’inizio del III avanti Cristo. In esse si racconta che il selvaggio Enkidu, che viveva sulle montagne cibandosi di carne cruda e bacche, bevendo acqua dei ruscelli proprio come le bestie che vivevano con lui, viene a far parte della civiltà attraverso il pane, “bastone della vita”, e il vino, “che è l’uso del paese”. Si legge che Enkidu “mangiò finché fu sazio e bevve vini forti, sette calici. Divenne allegro, il suo cuore esultò e il suo viso brillò. Lisciò i peli arruffati del suo corpo e si unse con olio, Enkidu era diventato uomo”.</p>
<p>Uomo inteso come unione di natura e di cultura. Alla prima, infatti, appartiene l’acqua, che serve per dissetarsi e risponde a un bisogno fisiologico, alla seconda appartiene il vino, che è un bere consapevole, un bere colto, che risponde a un bisogno dell’anima. Attraverso Enkidu, che da selvaggio si è fatto uomo, il pane e il vino divennero cibo e bevanda anche degli altri abitatori delle impervie montagne. Questo fece sì che la nostra civiltà si estendesse in ogni luogo, arricchendosi, in seguito, delle peculiarità di ogni luogo.</p>
<p>Così in montagna il bere ha assunto significati diversi. C’è il bere climatico: grappa o bombardino o brûlé, se gela; vino rosso, se fa freddo; bianco, se la temperatura è attorno allo zero; assolutamente birra nello sci di primavera. C’è il bere fraternizzante. In montagna, che è un luogo in sé impervio e solitario, si beve per stare in compagnia, coltivare l’amicizia e la solidarietà alpina, in nome della quale tutti aiutano tutti. Kant considerava il piacere dello stare a tavola un’espressione privilegiata di umanizzazione. C’è, infine, il bere filosofico. In montagna si beve per parlare con passione e profondità della curva perfetta, che nessuno ancora è riuscito a compiere.</p>
<p>Vietare il vino agli sciatori, è un atto di una barbarie assoluta. Mille e mille e mille anni di civiltà, in un lampo, cancellati. Bastava vietare lo stato d’ebbrezza in pista, non il bere. L’eccesso, non il buon bere secondo misura. Povero smemorato Legislatore che con le sue poco ponderate disposizioni fa regredire gli sciatori allo stato degli incivili selvaggi quando opposto dovrebbe essere il suo fine.</p>
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		<title>Il rapid gate di Dante</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 07:23:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, novembre 2021 La domanda più grave, esagero, in chiusura di questo anno in cui si sono omaggiati i 700 anni dalla morte di Dante nei modi più bizzarri, non solo libri e seminari sulla vita e sull’opera, ma anche viaggi, feste, cene, degustazioni di vini e di oli danteschi, è: cosa sarebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1295"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, novembre 2021</p>
<p>La domanda più grave, esagero, in chiusura di questo anno in cui si sono omaggiati i 700 anni dalla morte di Dante nei modi più bizzarri, non solo libri e seminari sulla vita e sull’opera, ma anche viaggi, feste, cene, degustazioni di vini e di oli danteschi, è: cosa sarebbe piaciuto al Poeta dello sci?</p>
<p>La risposta alla domanda più grave, qui non esagero, è: il palo snodato da slalom. Che Dante avrebbe amato più di ogni altra cosa, se avesse potuto conoscerlo, perché vi avrebbe visto il simbolo supremo dell’essenza dell’uomo virtuoso, quello che Cicerone nel De Officis chiama il “vir bonus”.</p>
<p>Dante affronta il tema dell’uomo virtuoso nel primo canto del Purgatorio. Chi è, si chiede Dante, l’uomo forte. L’uomo solido. Quello su cui si può contare sempre. L’uomo che sa sopportare le fatiche, i dolori, le pene della vita. Chi è l’uomo che propriamente si può chiamare “Uomo”: quello che Cicerone aveva chiamato, con un’espressione semplice al punto di poter sembrare disarmante rispetto a ciò che il suo significato rinvia, “vir bonus”?</p>
<p>Dante si pone questa domanda all’inizio del Purgatorio, perché, della risposta, è lui stesso ad averne bisogno. Un profondo bisogno! Ha appena concluso la scrittura dei 34 canti dell’Inferno. Ci ha impiegato almeno 8 anni, ma forse quasi il doppio, se è vero che ha iniziato la Commedia quando era ancora a Firenze. Davanti a lui ha altri 66 canti da scrivere. Il doppio, meno uno, di quelli che ha scritto. Con quei ritmi servono almeno altri 16 anni. Dante ne ha già compiuti 50. È vero che nel Convivio scrive che l’età perfetta per morire è 81 anni (la perfezione del numero 9 moltiplicato per se stesso), ma per un uomo del medioevo 50 anni è già un’età venerabile. Infatti lui ne vivrà solo altri 6. E in questo breve arco di tempo deve scrivere ancora tutto il Purgatorio e tutto il Paradiso. E, poi, ha anche il problema della lingua. Quella di cui si è servito nella prima cantica, in cui poteva utilizzare espressioni anche triviali, come “ed elli avea del cul fatto trombetta” o “che merda fa di quel che si trangugia”, non potrà più essere la lingua delle altre due cantiche, le quali, l’una, il Purgatorio, ha per ambientazione un&#8217;ideazione che risale a pochi decenni prima, 1200 circa, su cui quasi non esistono libri, ragion per cui Dante è costretto a inventarsi quasi tutto; l’altra, il Paradiso, è il regno della pura luce e dello spirito, inesprimibile a parole umane, come lui stesso ammette all’inizio della terza cantica.</p>
<p>Di fronte a tutto ciò, Dante è in crisi. Teme di non farcela. Dopo l’euforia di aver rivisto le stelle all’uscita dal budello infernale, cade in depressione. Si è perso d’animo, non crede più in se stesso. In questo primo canto del Purgatorio, Virgilio ricorda lo stato di “follia” di Dante, che quasi lo aveva portato a vedere “l’ultima sera”. Cioè, addirittura, di esser stato sul punto di procurarsi la morte.</p>
<p>Ma Dante reagisce, ponendosi la domanda più grave: chi è l’uomo che sa affrontare tutto ciò? E Dante si rasserena, trovando la risposta alla domanda più grave, che in chiave sciistica è, appunto, il palo snodato da slalom.</p>
<p>La faccio breve ma è questo che accade: Dante incontra il filosofo stoico Catone, il simbolo della fermezza, dell’inflessibilità morale, il quale, inaspettatamente, dona a Dante un ramoscello di giunco, l’unica pianta che in virtù della sua flessibilità sopravvive ai venti violenti e alle mareggiate impetuose che sferzano la costa del Purgatorio. L’inflessibile offre la flessibilità. Non si tratta di una contraddizione, ma di un completamento. Heidegger direbbe che anche i tornati delle strade di montagna invertono la nostra direzione per portarci in cima al passo; noi sciatori diremmo che anche il rigido palo snodato da slalom si piega, come il giungo, all’impeto del passaggio dello sciatore per poi ritornare immediatamente se stesso, rigido e fisso a indicare il punto di curva, come l’irremovibile Catone.</p>
<p>Ecco allora la lezione di Dante: per essere un uomo propriamente tale si deve essere interiormente inflessibili, come Catone, come l’asta del palo da slalom, ed esternamente, cioè verso tutto ciò che è altro da noi, come le mareggiate che si infrangono sulle coste del Purgatorio o i colpi indiavolati dello slalomista, flessibili, condiscendenti, come il giunco, come lo snodo del palo da slalom, che si piega e poi ritorna uguale a indicare il punto di curva. “Oh maraviglia…” dice Dante parlando del giungo e ritrovando se stesso: “cotal si rinacque/ subitamente là onde l’avelse”; oh meraviglia, questo ritornare se stessi subito e dove siamo stati abbattuti.</p>
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		<title>Ciò che piace nel profondo…</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 07:23:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, novembre 2021 Quello che piace a un allenatore, piace anche a un genitore. Che sia madre o padre, non fa differenza, perché ciò che del proprio atleta piace a chi lo allena è esattamente ciò che piace del proprio figlio a chi lo cresce. Si tratta, detto in modo banale, della passione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1293"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, novembre 2021</p>
<p>Quello che piace a un allenatore, piace anche a un genitore. Che sia madre o padre, non fa differenza, perché ciò che del proprio atleta piace a chi lo allena è esattamente ciò che piace del proprio figlio a chi lo cresce. Si tratta, detto in modo banale, della passione di fare o, detto in modo meno banale, della volontà di potenza. Che non è la barbara brama di vincere sugli sci o di dominare nella vita, ma l’umana passione di vivere con tenacia e determinazione e allegria la propria esistenza. Scii, spingi. Se lo fai, il tuo allenatore è felice; studi o fai altro nella vita, credici. Se lo fai, i tuoi genitori godono.</p>
<p>Ripeto, non si tratta di impegnarsi per vincere o per affermarsi nella società, ma di farlo perché questo è l’uomo. Lo spiega bene Nietzsche, che ha individuato proprio nella volontà di potenza l’essenza di ogni “ente”, cioè di ogni essere vivente, uomo compreso.</p>
<p>Quindi impegnarsi nello studio o nel lavoro o nello sci non è altro che esprimere ciò che nel profondo si è. La dimostrazione di voler essere vivi. Non importano, dicevo, i risultati, che vengono per altre ragioni. Importa stare sugli sci o sui libri o sul mercato per voler essere sciatori o per voler essere studenti o per voler essere lavoratori. Credo che la ragione per cui tanti genitori amino vedere i propri figli fare sport stia proprio nel piacere di vedere esprimere la volontà di potenza che essi sono. E quando un ragazzo trova nel suo allenatore colui che riesce a fargli esprimere ciò, quell’allenatore diventa un maestro di vita del ragazzo e per i suoi genitori un mito, al quale essere sempre riconoscenti.</p>
<p>Lo sci è un modo straordinario per far scoprire a un giovane la sua volontà di potenza senza che questa sia confusa per l’aspirazione al primato che ben altra cosa. Perché lo sci è sport d’umiltà, anche i più grandi campioni hanno nel loro curriculum più gare che vittorie; perché lo sci è sport duro, lo si pratica nel contesto severo dell’alta montagna invernale; perché lo sci è difficile, la curva perfetta non l’ha ancora fatta nessuno.</p>
<p>Per tutte queste ragioni, sciare ad alti livelli fa davvero bene ai nostri giovani. Credendo di sciare per vincere, sciano per diventare grandi.</p>
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		<title>Se lo ha scritto Dante…</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 07:22:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, ottobre 2021 Nell’anno in cui un italiano, il professor Parisi, vince il Nobel per la Fisica per aver scoperto tracce di ordine tra sistemi complessi di per sé disordinati, gli sciatori italiani, al contrario, devono adeguarsi al disordine di ciò che è sempre stato ordinato. Dopo più di un anno di stop-Covid, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1291"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, ottobre 2021</p>
<p>Nell’anno in cui un italiano, il professor Parisi, vince il Nobel per la Fisica per aver scoperto tracce di ordine tra sistemi complessi di per sé disordinati, gli sciatori italiani, al contrario, devono adeguarsi al disordine di ciò che è sempre stato ordinato. Dopo più di un anno di stop-Covid, il mondo della neve ha perso l’ordine ancestrale e riposante della sua normalità. Fatta di impianti aperti alla mattina presto, di sciatori liberi e sorridenti, di maestri di sci con spavalde scolaresche sulle code dei propri sci, di boccali pieni di birra e di fumanti salsicce alla brace nel caldo dei rifugi di montagna. Improvvisamente, la scorsa stagione, ci siamo trovati con gli impianti chiusi, gli sciatori imbronciati costretti al divano, i maestri senza sci e senza allievi, i rifugi sprangati. Non era mai accaduto da quando in montagna nevica.</p>
<p>Così all’alba di una nuova stagione, quello che prima era nell’ordine naturale delle cose, adesso non lo è più. E gli sciatori, un po’ di timore, ce l’hanno.</p>
<p>Eppure tutti sappiamo che solo sciando il prossimo inverno, avremo modo di dimenticare per sempre questa pandemia, che ha messo tutti contro tutti. Perfino il candido mondo dello sci ha avuto le sue tensioni tra quelli dei pali, che potevano sciare, e quelli della pista libera, che non potevano, i quali, il prossimo inverno, vorranno riprendersi tutto quello a cui la scorsa stagione hanno dovuto rinunciare. Il Covid ha diviso gli sciatori come ha diviso gli Stati. In Italia lo scorso anno non si è sciato, mentre nella confinante Svizzera, sì; in Italia e in Austria il prossimo inverno si scierà con il green pass, mentre nella confinante Svizzera, no.</p>
<p>Ma non perdiamoci d’animo. Si tratta di un disordine passeggero o, come spiega il neo premio Nobel italiano per la Fisica, un disordine apparente, perché lo sci, in sé, è cosmo e tornerà presto al suo antico ordine, per il quale, come già insegnava Dante, il cambio di direzione tra una curva e l’altra è passare “il punto/ al qual si traggon d’ogni parte i pesi” mentre la chiusura di curva è una combinazione perfetta tra il corpo che “come arco, il volto al piè rinverte”, in gergo inclinandosi disassa, e il peso che va prevalentemente sullo sci esterno, “sì che il piè fermo sempre era il più basso”.</p>
<p>Non c’è dubbio, scieremo ancora come sempre, con la passione di sempre.</p>
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		<title>Il tacchino induttivista</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2021 06:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, aprile 2021 C’è una storiella, che è ormai un classico della storia del pensiero occidentale, che in poche righe ridimensiona la portata delle verità scientifiche e a noi dà speranza che la prossima stagione sciistica non sia così folle come quella appena trascorsa. Il suo autore, Bertrand Russell, uno dei più grandi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1288"></span>Pubblicato su <em>Sciare</em>, aprile 2021</p>
<p>C’è una storiella, che è ormai un classico della storia del pensiero occidentale, che in poche righe ridimensiona la portata delle verità scientifiche e a noi dà speranza che la prossima stagione sciistica non sia così folle come quella appena trascorsa. Il suo autore, Bertrand Russell, uno dei più grandi studiosi di logica, la raccontò per spiegare che il metodo induttivo, su cui la scienza poggia la maggior parte delle sue teorie, non è un metodo logicamente vero.</p>
<p>La storiella ha per protagonista un tacchino induttivista. Fin dal primo giorno, questo tacchino induttivista osservò che, nell’allevamento in cui fu portato, gli veniva dato il cibo alle 9 esatte del mattino. Da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e per giorni e giorni continuò a raccogliere dati. Dopo mesi di ricerche si convinse che qualunque fosse il giorno della settimana, qualunque fossero le condizioni del tempo, le stagioni, la presenza o meno di altri tacchini nell’allevamento, il cibo gli arrivava sempre alla stessa ora al punto che con certezza scientifica affermò: “Mi danno sempre da mangiare alle 9 del mattino”. Purtroppo, scrive Russell, questa conclusione si rilevò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando invece di venir nutrito, fu sgozzato.</p>
<p>Più o meno, questa è la storia di quanto è stato affermato sullo sci al tempo del Covid. Illustri scienziati induttivisti hanno detto che lo sci doveva essere fermato nel modo più assoluto. Essi disponevano di dati certi sulla contagiosità dello sci praticato. Innanzitutto avevano saputo che la pericolosa variante inglese del virus era arrivata in Europa attraverso uno sciatore britannico in settimana bianca in Svizzera. Poi sapevano che lo sci avrebbe generato assembramenti incontrollati e questi contagi senza fine. Per cui non c’era dubbio che lo sci, pericolosissimo strumento di contagio, dovesse essere in ogni modo vietato. Quindi, se una lezione in presenza al chiuso di violino si è potuta fare, una lezione in presenza all’aperto di sci, nel modo più categorico no.</p>
<p>Adesso, a fine stagione, come il Natale per il tacchino, i dati dicono altro. Questo: lo sci di fondo si è praticato regolarmente, le lezioni di fondo, idem; le gare con centinaia d’iscritti si sono disputate tutte regolarmente; gli allenamenti, idem. La montagna delle ciaspole e delle passeggiate è stata presa d’assalto. E mai, in nessun luogo, in nessuna circostanza &#8211; lezione di fondo, gara di sci alpino, allenamento &#8211; si è registrato un minimo focolaio.</p>
<p>Non solo, si è vietato lo sci per impedire che la seconda e la terza ondata del contagio arrivassero; ebbene, poiché la seconda ondata è arrivata a dicembre e la terza è in corso, fermare lo sci è come aver creduto che negli allevamenti i tacchini mangiano alle nove anche il giorno di Natale.</p>
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		<title>Il cielo e le stelline</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2021 06:21:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, 15 marzo 2021 Ai Mondiali è andata bene, ma poteva andare meglio? È andata bene perché le emozioni ci sono state tutte: medaglie da leggenda come quella di De Aliprandini toccano nel profondo e valgono l’intero medagliere austriaco e svizzero messi assieme. Forse poteva andare meglio, perché si poteva vincere tutto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1286"></span>Pubblicato su <em>Sciare</em>, 15 marzo 2021</p>
<p>Ai Mondiali è andata bene, ma poteva andare meglio? È andata bene perché le emozioni ci sono state tutte: medaglie da leggenda come quella di De Aliprandini toccano nel profondo e valgono l’intero medagliere austriaco e svizzero messi assieme. Forse poteva andare meglio, perché si poteva vincere tutto con le nostre super atlete.</p>
<p>Sotto l’aspetto dei risultati, un Mondiale, gara secca, è un affare di dettagli. Basta un nulla, anche un pensiero storto, per non raccogliere quanto si merita. In un Mondiale tutto è calcolato nei minimi particolari e, spesso, i conti tornano con assoluta esattezza.</p>
<p>Uno studio condotto da un’università americana ha comparato i colori delle divise e la loro influenza sui risultati. È stato osservato che nelle gare olimpiche di pugilato chi indossava i mutandoni rossi ha vinto il doppio rispetto a chi indossava mutandoni di colore blu o di un altro colore. Altri studi neurocognitivi hanno evidenziato che il colore rosso stimola la competizione, facendo aumentare le prestazioni, mentre il colore blu influenza la creatività e le emozioni.</p>
<p>Ai Mondiali noi eravamo vestiti con una bellissima tuta celeste cielo con il logo dei Mondiali italiani a pois che sembravano stelline. Gli Austriaci e gli Svizzeri, del solito rosso e bianco dei loro patri vessilli. Loro hanno vinto, dominando il medagliere mondiale, noi, un po’ meno, ma noi, come il cielo stellato, abbiamo fatto emozionare, lasciando un ricordo indelebile del Mondiale italiano. Non poteva, davvero, andare meglio!</p>
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		<title>Il gioco delle calende greche</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 07:19:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, 1 febbraio 2021 La cronaca di questo inverno pazzesco inizia con una copiosa nevicata dicembrina, quando le montagne, le colline e le pianure d’Italia si sono coperte magicamente di neve come non succedeva da decenni. Tanta buona neve ovunque già all’inizio dell’inverno ci ha dato l’illusione che avremmo vissuto una di quelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1281"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, 1 febbraio 2021</p>
<p>La cronaca di questo inverno pazzesco inizia con una copiosa nevicata dicembrina, quando le montagne, le colline e le pianure d’Italia si sono coperte magicamente di neve come non succedeva da decenni. Tanta buona neve ovunque già all’inizio dell’inverno ci ha dato l’illusione che avremmo vissuto una di quelle stagioni fantastiche, con grandi sciate e tanta gioia e intense soddisfazioni, che avremmo ricordato per tutta la nostra vita.</p>
<p>Ma, se in altri anni tutti avremmo iniziato a sciare mentre ancora stava scendendo la neve, in questo inizio di stagione siamo stati tutti costretti a rimanere chiusi in casa: un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri vietava l’apertura degli impianti di risalita fino al 3 dicembre. Tanta neve, ma niente sci.</p>
<p>Con diligenza, allora, tutti gli sciatori d’Italia hanno atteso il termine del provvedimento, certi che iniziare a sciare il 4 dicembre non avrebbe rovinato quella che si prospettava come una delle più belle stagioni sciistiche di sempre. Poi, però, così non è andata. Proprio il 4 dicembre, un nuovo decreto rinviava l’apertura degli impianti al 7 gennaio.</p>
<p>Con diligenza e con dispiacere, allora, tutti gli sciatori d’Italia hanno accettato di trascorrere le vacanze di Natale più innevate della storia dello sci moderno senza mettersi gli sci ai piedi, attendendo, per la seconda volta, lo scadere di un altro termine imposto. Ma, al 7 gennaio, un nuovo decreto rinviava per la terza volta l’apertura degli impianti al 18 del mese.</p>
<p>Con diligenza, dispiacere e tristezza tutti gli sciatori d’Italia, allora, hanno atteso che anche questa disposizione compisse il suo corso. Allo scadere, però, del 18 gennaio, una nuova data si è materializzata per la riapertura degli impianti, quella del 15 febbraio.</p>
<p>Con diligenza, dispiacere, tristezza e, a questo punto, rassegnazione tutti gli sciatori d’Italia si sono orientati verso l’ennesima nuova scadenza, che, a meno di 5 ore dal suo naturale termine, è stata procrastinata con un quinto provvedimento di divieto d’apertura degli impianti al 5 marzo.</p>
<p>Ebbene al 3 dicembre il sentimento degli sciatori è stato di diligenza. Si è capito che la salute era più importante dello sci e con rispetto gli sciatori sono rimasti a casa. Al 7 gennaio alla diligenza si è sommato il dispiacere. Vivere un Natale senza sci è un dispiacere infinito per chi ne è appassionato. Al 18 gennaio è piombata addosso agli sciatori la tristezza: domeniche grigie, monotone, senza prospettive hanno insinuato nello spirito di tutti gli sciatori un profondo sentimento d’infelicità.</p>
<p>Ora, al 15 febbraio, è arrivata la rabbia. Il gioco delle calende greche, cioè dire un giorno per la riapertura degli impianti che poi non è mai quello perché semplicemente le calende greche non esistono nel nostro calendario latino, è provocatorio e inaccettabile. Gli sciatori meritano rispetto. Non possono accettare di sentirsi dire che la diffusione della pericolosissima variante inglese del virus è collegabile all’apertura degli impianti in Svizzera, dove, tra l’altro, la curva dei contagi è in calo, malgrado in Svizzera si sia sempre sciato. Non possono nemmeno accettare che un Ministro fissi per 4 volte una data per altrettante volte negarla, senza dare una spiegazione puntuale e credibile a questa iterata contraddizione.</p>
<p>Non è vero che si è arrivati a ciò, perché lo sci non conta. Lo sci conta tantissimo. Lo sanno tutti che lo sci è lo sport più praticato dalle famiglie in Italia. Che è il volano dell’economia alpina. Che senza lo sci, la montagna si spopola e muore. E poi, teniamocelo ben in mente, i Maestri di sci contano tantissimo. Loro e soltanto loro hanno portato la cultura della neve, quel sapere che ha saputo trasformare una calamità naturale in divertimento, sport, salute, benessere, lavoro, prosperità.</p>
<p>I virologi di turno dovrebbero capire e imparare proprio questo: anche la neve imponeva ai paesi di montagna il lockdown, ma gli uomini di montagna si sono inventati lo sci e sono diventati maestri e la neve da calamità è diventata gioia e ricchezza per tutti.</p>
<p>Capiscano e imparino i signori virologi a inventare soluzioni e la finiscano di pensare e d’imporre solo chiusure, che di per sé non sono mai un rimedio, ma solo e sempre un fallimento della loro scienza.</p>
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		<title>Presidente Dante</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 07:18:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, 15 gennaio 2021 Il primo nome, che il Presidente della Repubblica ha fatto nel suo tradizionale discorso agli italiani di fine anno, è stato quello di Dante. Con lo spunto di ricordarci l’anniversario dei 700 anni dalla morte del Poeta, il Presidente ha voluto suggerirci una guida per uscire “dalla profonda notte” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1279"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, 15 gennaio 2021</p>
<p>Il primo nome, che il Presidente della Repubblica ha fatto nel suo tradizionale discorso agli italiani di fine anno, è stato quello di Dante. Con lo spunto di ricordarci l’anniversario dei 700 anni dalla morte del Poeta, il Presidente ha voluto suggerirci una guida per uscire “dalla profonda notte” del Covid. Come Dante, infatti, ha avuto Virgilio per uscire dall’inferno, gli italiani possono contare sul Sommo Poeta per trovare la ragione e la forza per superare questo maledetto tempo pestilenziale.</p>
<p>Anche per noi sciatori, Dante può essere una buona guida?</p>
<p>Dante non conosceva lo sci, sebbene lo sci fosse praticato alle alte altitudini 4500 anni prima della nascita di Cristo, e, di sci, ne avesse scritto Senofonte nel IV secolo a. C. e, tre secoli dopo, anche Strabone nel suo trattato dedicato alla geografia. Se Dante non conosceva lo sci, conosceva, però, la neve per averla vista e calpestata a lungo sui monti innevati dell’Appennino tosco-emiliano e su quelli prealpini del Veneto, durante i difficili anni del suo esilio, tantoché la chiama la “bella neve” e i monti ricoperti di neve, “le nevicate Alpi”.</p>
<p>Anche se non possiamo conoscere il pensiero di Dante sullo sci, possiamo, comunque, accogliere l’invito del Presidente Mattarella è servirci di Dante per capire gli sciatori. Perché la Commedia è la più completa e illuminante esposizione dei caratteri umani e può benissimo essere letta per capire il prossimo.</p>
<p>Per esempio, in quale canto collocheremmo il nostro maestro di sci? Il nostro allenatore? Il nostro compagno di club? Tra i sapienti? I colti? Oppure tra i giusti, i prudenti, i generosi, gli innamorati, le anime quiete, gli altruisti, i volonterosi, i talentuosi, i fedeli, i contenuti nella gola, gli ottimisti, quelli dall’animo sereno e pacifico, i coerenti, i parsimoniosi, i sinceri, i seminatori di armonia, i puri, gli umili, i non invidiosi, i misericordiosi, i razionali, i sentimentali, gli appassionati… o tra coloro che sono anime opposte a tutte queste?</p>
<p>Dante è insuperabile a insegnarci a riconoscere le persone per quello che davvero esse sono.</p>
<p>Proviamo allora a rispondere alla domanda: ma se Dante avesse conosciuto lo sci, dove avrebbe collocato lo sciatore perfetto? Una possibile risposta è: nel primo canto del Purgatorio. Qui Dante ci rivela la formula per salire la sacra montagna, ma quello che ci dice per salirla è illuminante anche per scenderla con gli sci ai piedi. Per salire e scendere le montagne bisogna essere forti di carattere, come forte è lo spirito indomito di Catone, che incontriamo in questo canto, ma al contempo bisogna essere flessibili come flessibile è il giunco, che cresce sulle pendici della montagna del Purgatorio e non si spezza per le onde impetuose che gli s’infrangono contro, come invece si spezzerebbe qualsiasi altra pianta flagellata dall’impeto del mare. Fuori metafora: per salire o scendere le montagne della vita bisogna essere forti e adattabili al terreno come un vero, grande sciatore.</p>
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		<title>Nevicata purificatrice</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 07:17:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare, 1 gennaio 2021 Il dibattito sullo sci, in questi giorni di tanto Covid e di tanta neve, è, secondo il Ministro degli esteri Luigi Di Maio, “surreale”. Ovvero fuori dalla realtà. Come a dire che chi parla di voler sciare, quando ci sono tante persone che muoiono perché si sono prese il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1277"></span></p>
<p>Pubblicato su <em>Sciare</em>, 1 gennaio 2021</p>
<p>Il dibattito sullo sci, in questi giorni di tanto Covid e di tanta neve, è, secondo il Ministro degli esteri Luigi Di Maio, “surreale”. Ovvero fuori dalla realtà. Come a dire che chi parla di voler sciare, quando ci sono tante persone che muoiono perché si sono prese il Covid, è uno che non si rende conto di come stanno in realtà le cose. Di Maio ha inoltre specificato che l’unico sacrificio vero è quello che fanno i medici che lottano contro il Covid, non quello degli sciatori che devono stare a casa, privandosi del divertimento di scendere dalle montagne innevate; che il dolore vero è quello di chi sta sotto un casco d’ossigeno, non quello di chi non si può infilare il casco per andare a sciare.</p>
<p>Di Maio ha ragione senza avere ragione. Ha ragione perché la morte che il Covid procura è il fatto estremo dell’esistenza umana e nulla può essere più importante della possibilità di morire per chi è vivo; Di Maio ha torto perché lo sci è parte di quelle attività che rendono la vita umana così speciale da essere il bene supremo e quindi degna di esser difesa dall’attacco mortale del Covid.</p>
<p>Lo sci, infatti, è tra quei “divertimenti” che fanno, lo dice la parola stessa, “divergere” la vita umana da quella animale. Se l’uomo è un uomo, e non è un animale, lo è perché in fondo l’uomo anche scia. I cosiddetti “divertimenti” sono l’essenza più profonda della nostra esistenza di uomini; sono la ragione prima e ultima del perché la vita è degna di essere vissuta in pienezza fino all’ultimo giorno. Sciare, quindi, è fondamentale per chi ne è appassionato, perché è come leggere un libro, guardare un film, andare a teatro; sciare è come incontrare gli amici che risiedono in comuni diversi, sedersi a tavola e parlare, andare a scuola e all’università, guardando in volto i propri docenti, confrontandosi con i propri compagni; sciare è, perfino, come eleggere una propria rappresentanza politica: tutte pratiche che rendono speciale e unica la vita dell’uomo.</p>
<p>Se quindi il Covid, che è la morte, può impedirci di andare a sciare, il Covid non può far definire “surreale” l’interesse per lo sci che, ripetiamo, rientra a tutto diritto tra quei divertimenti che rendono la vita umana quella cosa straordinaria che essa è; il Covid non può zittire il dibattito sullo sci, definendolo semplicisticamente “surreale”.</p>
<p>Milano, anno di peste 1630, Lazzaretto di Porta Orientale, Renzo Tramaglino, mentre sta per tornare a casa, è colto da una pioggia inaspettata. Manzoni racconta che appena Renzo è uscito dal lazzaretto inizia prima “una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che… in un momento, diventaron fitti”. In quella pioggia sempre più forte Renzo “ci sguazzava dentro”, sentendosi purificato da quella pioggia inattesa, che, scrive Manzoni, “pochi giorni dopo… quell’acqua portava via il contagio” al punto che “tra una settimana, si vedrebbero riaperti usci e botteghe, non si parlerebbe quasi più che di quarantina”. I Promessi Sposi terminano, com’è noto, con una potente pioggia purificatrice che caccia via la peste.</p>
<p>Italia, anno di Covid 2020, una potente nevica dicembrina che non si vedeva da quarant’anni copre montagne, colline e pianure di tutta la Penisola… chissà, forse adesso almeno si potrà iniziare a parlare seriamente di sci.</p>
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		<title>Mettiamo i colori alla Montagna</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 11:51:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare del 15 dicembre 2020 L’idea è questa: suddividiamo la montagna in fasce di colore, come si è fatto per l’Italia. Rosse, arancioni e gialle. Il criterio di restrizione delle attività in tre livelli ha funzionato per il Paese, che un po’ alla volta registra un progressivo contenimento della pandemia. Non c’è ragione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1269"></span></p>
<p><em>Pubblicato su Sciare del 15 dicembre 2020</em></p>
<p>L’idea è questa: suddividiamo la montagna in fasce di colore, come si è fatto per l’Italia. Rosse, arancioni e gialle. Il criterio di restrizione delle attività in tre livelli ha funzionato per il Paese, che un po’ alla volta registra un progressivo contenimento della pandemia. Non c’è ragione di credere che questo intelligente modo di gestire le chiusure non funzionerebbe altrettanto bene per il mondo della neve. Perché dal primo lockdown di marzo un po’ tutti, dagli scienziati del Comitato Tecnico Scientifico, il celebre CTS, istituito d’urgenza all’interno del Ministero della Salute il 5 febbraio scorso, al Governo e ai Governatori regionali, fino a ciascuno di noi, hanno capito sostanzialmente due cose: una, che chiudersi in casa fa diminuire i contagi; due, che fermare l’economia nazionale di uno Stato come l’Italia che da decenni ha più uscite che entrate, cioè più debiti che riserve, in una Unione Europea assai divisa e quindi assai lenta a dare denari ai Paesi membri, non era proprio più possibile. Da questa contraddizione: bene la chiusura per la salute che è condizione di vita; male la chiusura per l’economia che è altrettanto condizione di vita, è nata la felice idea delle fasce rosse, arancioni e gialle. Chiudiamo, ma con criterio, pensando bene a cosa sia davvero necessario chiudere. E allora, perché non applicare l’intelligente criterio delle fasce anche al mondo della neve, proprio nel suo periodo economicamente più importante, le vacanze di Natale? Perché si è preferito chiudere scriteriatamente tutta la montagna, quando si sa che la chiusura totale non è sostenibile economicamente dal nostro sistema paese? Cioè, concretamente, si sarebbe potuto individuare i momenti alti, medi e minimi di rischio contagio durante le vacanze di Natale e per ciascuno provvedere alle limitazioni del caso.</p>
<p>Infatti abbiamo capito che il pranzo di Natale è indiscutibilmente da codice rosso. Lo ha spiegato bene un noto virologo in tv. A tavola ci si siede uno di fronte all’altro, a tavola si ama parlare, a tavola si mangia e quindi ci si toglie la mascherina. Dunque il pranzo di Natale è profondo rosso. Ebbene, mentre si scia, non si è mai uno di fronte all’altro, non ci si può parlare e tantomeno si può mangiare. Ergo lo sci sciato è da codice giallo, se non addirittura bianco candido. Poi, è vero, ci sono le file agli impianti, i possibili assembramenti nei rifugi, nei parcheggi e poco altro. Per questi aspetti collaterali allo sci sciato, si è fermato tutto lo sci, ad eccezione di quello agonistico, che, correttamente, con la supervisione dello Sci club, sotto la guida dell’allenatore, è solo sci-sciato, ovvero di certificabile fascia bianca.</p>
<p>Ma allora, e ritorniamo al nostro ragionamento, perché si sono fermate le Scuole di sci? Si poteva tener chiuso gli impianti per gli sciatori turisti e in deroga far sciare i maestri con i loro allievi, secondo quanto avevamo imparato a marzo, che l’economia, dove possibile, non va fermata? Le Scuole, infatti, come gli Sci Club garantiscono la rintracciabilità dei propri allievi, ne conoscono nome, cognome, indirizzo, numeri telefonici, giorno e financo ora in cui hanno sciato e con chi. I maestri, poi, come gli allenatori, portano i loro allievi solo e soltanto in pista, prendendosi personalmente cura di evitare loro ogni assembramento. Non solo, dati alla mano, lo sci praticato con un maestro è quello più sicuro, essendo davvero rarissimi gli incidenti accaduti durante una lezione di sci.</p>
<p>Si poteva, magari si può ancora, con intelligenza e senso civico suddividere la montagna in fasce, rossa, arancione e gialla, conferendo, così come si è fatto allo sci “d’interesse nazionale” dei Club, anche, ma direi a maggior ragione, allo sci del diritto costituzionale al lavoro (art. 4) dei maestri e allo sci del diritto costituzionale all’istruzione (art. 34) degli allievi, il colore giallo, di rischio contagio minimo, anche se sarebbe più giusto conferirgli il colore bianco, di rischio contagio pari a zero.</p>
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		<title>Cosa comporta il capire?</title>
		<link>https://www.luigiborgo.com/2020/12/cosa-comporta-il-capire/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 11:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su Sciare del 1 dicembre 2020 Che cosa comporta il capire? Quando un allenatore capisce la curva del proprio atleta o un maestro quella del proprio allievo o uno sciatore quella che sta facendo, cosa accade? Cosa si capisce per davvero? Il tema non è da poco. Capire come si capisce, è importante per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1267"></span><em>Pubblicato su Sciare del 1 dicembre 2020</em></p>
<p>Che cosa comporta il capire? Quando un allenatore capisce la curva del proprio atleta o un maestro quella del proprio allievo o uno sciatore quella che sta facendo, cosa accade? Cosa si capisce per davvero?</p>
<p>Il tema non è da poco. Capire come si capisce, è importante per ognuno. E lo sci, sia detto tra parentesi, sport tecnicamente assai complesso, quindi difficile da capire, è una bella palestra per esercitare e sviluppare le nostre capacità di comprensione, che, chiusa parentesi, andiamo ad applicare nella nostra vita di tutti i giorni sulle persone che ci sono vicine, sul presente in cui viviamo, sugli oggetti di cui ci serviamo. Tant’è che anche quando ci chiediamo se gli sci che abbiamo ai piedi vanno bene o potrebbero andare meglio, non facciamo altro che esercitare la difficile arte della comprensione. Insomma, ultima domanda ma sempre la stessa, quando comprendiamo, o cerchiamo di farlo, cosa facciamo?</p>
<p>La risposta è paradossalmente semplice: comprendere significa cogliere le relazioni tra le cose. Ovvero non capiamo la cosa in sé, ma la relazione che essa instaura con le cento cose con cui viene in contatto. Ed è tanta roba! Di uno sciatore in curva, per esempio, il movimento antero-posteriore della caviglia piegata non ci dice niente in sé. Essa può essere piegata e lo sci sbattere. Mentre se si coglie la relazione di quella caviglia piegata e lo sbattere dello sci, la postura del bacino, delle braccia, perfino della testa, le condizioni della neve, la visibilità del momento, l’arco di curva che si sta compiendo e altro ancora, si capisce perché quello sciatore non chiude la curva come potrebbe, perché i suoi sci non scorrono veloci.</p>
<p>Quindi dovremmo imparare a non guardare le cose, quasi queste non esistessero, ma le cento relazioni che insorgono tra esse per aprirci le porte della comprensione.</p>
<p>Scrivo questo come premessa al dibattito sull’apertura della stagione sciistica in tempo di Covid, in cui sono intervenuti politici, tantissimi, scienziati, pochissimi, e i soliti pseudo intellettuali, conosciuti più per le tante comparse televisive che per essere autori di saggi indimenticabili. Uno di questi onnipresenti tuttologi televisivi, di cui dovrei andare su Google per ricordarmi il nome, riferendosi al messaggio di Alberto Tomba a favore dello sci e dell’apertura degli impianti, ha detto, grosso modo, che Tomba è stato un grande campione, ma non è certo un intellettuale. Come a dire, guardiamolo sciare, ma non facciamolo pensare; non facciamolo parlare nemmeno quando parla di sci di cui è stato tra i più grandi, se non il più grande, della storia di questo sport. E poi sempre il tuttologo, e come lui tanti altri, ha proseguito dicendo le solite banalità sullo sci, che è sport per ricchi, che è sport per anime domenicali, che è futile divertimento in stile film Vacanze di Natale a Cortina. Unica eccezione, in questo dibattito superficiale e penoso, stracolmo di luoghi comuni e di preconcetti, Sgarbi, che ha fatto un ragionamento sensato, questo: si è sempre detto, perché è dimostrato, che lo sport fa bene alla salute; il Covid costituisce un attacco alla nostra salute; vinciamo il Covid facendo sport che fa bene alla nostra salute. Ragionamento ineccepibile, così come è ineccepibile che lo sci è uno sport individuale, che si pratica all’aria aperta negli infiniti spazi dell’alta montagna, che nessun altro sport è più salubre dello sci.</p>
<p>A questo punto è chiaro che chi è intervenuto sul dibattito delle aperture degli impianti non ha capito nulla perché non ha colto le relazioni tra lo sci e la salute e l’aria e il freddo e il distanziamento e le altre 100 cose, tutte a favore della pratica dello sci sciato in questo momento pandemico. A quel tuttologo televisivo, quindi, vorrei dire che solo quando capirà, cogliendone le sublimi relazioni, la suprema intelligenza della caviglia di Tomba nella curva verso sinistra nel gigante di Calgary – la porta era rossa &#8211; potremmo nuovamente aprirgli il microfono. Fino ad allora, taccia.</p>
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		<title>Le “Crepe” nell’opera di Gibo Perlotto</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 11:50:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà. La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi. I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-1264"></span></p>
<address style="text-align: right;"><span style="font-style: normal;">“La mia non è una battaglia antimoderna ma un fatto di identità e civiltà.</span><br />
<span style="font-style: normal;">La marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte</span><br />
<span style="font-style: normal;">e di memorie è arrivata ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi.</span><br />
<span style="font-style: normal;">I boschi, i cieli, la campagna sono stati la mia ispirazione poetica fin dall’infanzia.</span><br />
<span style="font-style: normal;">Ne ho sempre ricevuto una forza di bellezza e tranquillità. Ecco perché la distruzione</span><br />
<span style="font-style: normal;">del paesaggio è per me un lutto terribile. Bisogna indignarsi e fermare lo scempio</span><br />
<span style="font-style: normal;">che vede ogni area verde rimasta come un’area da edificare»”.</span><br />
Andrea Zanzotto</address>
<p>Le crepe della terra riarsa e incolta della campagna veneta trasformata in un’enorme scriteriata zona industriale; le crepe dei muri delle case rurali abbandonate nel Veneto del nuovo benessere, tracce inequivocabili di una radicale trasformazione sociale e umana, sono i temi e i segni che hanno ispirato le Crepe, grandi lastre ferrose ognuna con una propria tellurica incrinatura, di Gibo Perlotto, una delle voci più alte e significative dell’arte fabbrile italiana contemporanea. Nato a Trissino, Vicenza, nel 1959 da un’antica famiglia di maestri del ferro, il bisnonno Antonio Lora fu uno dei massimi artisti fabbrili tra Otto e Novecento, Gibo Perlotto da oltre quarant’anni conduce la sua personalissima “battaglia per la civiltà”, attraverso un articolato quanto coerente discorso artistico, al cui centro egli ha posto l’essenziale riflessione sulla perdita delle radici dell’uomo del nostro tempo. E lo ha fatto, questo discorso sull’identità perduta dell’uomo nell’età della Tecnica, con straordinaria preveggenza a partire dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, quando fu tra i primi a intuire la fine di una certa idea di mondo, legata alla terra e ai suoi millenari valori, e l’inizio di una nuova concezione dell’esistenza, in cui sempre più potentemente il virtuale avrebbe sostituito il reale, i procedimenti sistematici del calcolo algoritmico,  l’accidentale e imprevedibile ordine naturale; gli ineffabili cloud, la spazialità terrestre; i pixel, l’atavico ferro. Un mondo completamente nuovo, in sé affascinante, ma un mondo che nella sua atomica carica innovativa avrebbe, come di fatto è avvenuto, spazzato via antichi valori e antichi saperi, lasciando l’uomo del presente pericolosamente privo di quell’identità che viene solo dalla conoscenza delle proprie origini. Una discesa alle radici, quindi, quella di Gibo Perlotto, potente e radicale, ma affatto nostalgica. Egli, infatti, non ha mai teso a recuperare un sapere meramente storicistico-tradizionale a dispetto della superficialità panterrestre attuale. Gibo Perlotto non ha mai condotto “una battaglia antimoderna” in odio al progresso. Tutt’altro. Attraverso la sua opera egli ci ha fatto capire che solo dall’onesta conoscenza di sé e di ciò da cui si è venuti, le nostre origini più profonde, è possibile maturare la vita autentica e in essa quel senso di responsabilità per il Pianeta e la sua straordinaria civiltà, che ciascun uomo deve avere per avere un futuro. Altra via per l’avvenire non c’è; altra via per la salvezza nemmeno.</p>
<p>Da qui l’opera artistica di Gibo, maestro massimo dell’arte fabbrile, capace, come nessun altro, a dominare la materia fino alle sue estreme possibilità espressive, al punto, come da molti è stato scritto, di suscitare un sincero disorientamento da parte di chi, osservando una sua scultura, non sa visivamente riconoscere che essa è realizzata interamente in ferro. Esattezza formale e forza espressiva in opere che sono inni, omaggi e grida: inni al mondo contadino &#8211; il ciclo de “La memoria contadina”, “Le careghe”, “L’orto” &#8211; ove in modo esplicito ha esaltato la bellezza e la poesia, e attraverso esse, i valori senza fine della vita rurale; omaggi alla grande cultura, all’arte, alla musica – il ciclo dei “Libri”, “I cavalletti di pittura”, le recentissime “Partiture”; grida di dolore e di speranza – “Le crepe” – attraverso cui ha espresso il dolore per un mondo originario che stiamo distruggendo ma anche, allo stesso tempo, la speranza che da quella incrinatura-ferita forgiata nel fuoco da cui tutto, anche il virtuale mondo imperante, ha avuto origine, avvenga ancora il prodigio della genesi, il miracolo della vita trionfante.</p>
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		<title>Il collare d’oro del CONI all’Unione sportiva Asiago</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2020 11:47:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblicato su L’Altopiano, dicembre 2020 Solo i grandissimi dello sport azzurro ricevono il Collare d’oro, la massima onorificenza del Coni, una medaglia che ne vale cento, tanti quanti sono gli anni in cui si è stati il riferimento e il motore della pratica e della cultura sportiva di un intero territorio. Se una medaglia è [...]]]></description>
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<p><em>Pubblicato su L’Altopiano, dicembre 2020</em></p>
<p>Solo i grandissimi dello sport azzurro ricevono il Collare d’oro, la massima onorificenza del Coni, una medaglia che ne vale cento, tanti quanti sono gli anni in cui si è stati il riferimento e il motore della pratica e della cultura sportiva di un intero territorio. Se una medaglia è il premio per una gara vinta, il Collare è il riconoscimento di tutta una storia vissuta da campioni.</p>
<p>L’Unione Sportiva Asiago ha ricevuto il Collare d’oro del Comitato Olimpico Nazionale per i cent’anni della sua attività, che è stata straordinaria come poche altre, da quando, appena finita la Grande Guerra, in un’Asiago distrutta ma vittoriosa, la vita lentamente iniziò a riprendere proprio avvicinando i giovani del paese allo sport, come ebbe modo di scrivere Mario Rigoni Stern, che dell’Usa, come lui chiamava l’Unione Sportiva Asiago e che nomina in varie pagine della sua opera, fu giovanissimo atleta, fiero dei suoi “sci di frassino, lunghi oltre i due metri” di cui si ricordava perfino il costo, “32 lire”, così come si ricordava le tante gare a cui aveva partecipato, quelle “più importanti per i ragazzi erano i campionati nazionali dell’ONB, Opera Nazionale Balilla…”. La storia dell’Usa è la storia di un paese di montagna che è diventato una moderna città alpina anche grazie la diffusione della pratica sportiva tra i giovani, che di anno in anno crescevano nei valori dell’amicizia, della sana competizione, del miglioramento tecnico che presto diventa ricerca, a tutto campo, del miglioramento di sé.</p>
<p>All’inizio, negli anni Venti, il primo sport praticato fu lo sci di fondo. Sui grandi pascoli dell’Altopiano le squadre di fondisti sciavano superando distanze degne del grande nord; poi arrivò il salto con la realizzazione del primo trampolino in legno in località Ave al Bellocchio e solo in seguito lo sci alpino, che ebbe un grande impulso con la realizzazione, negli anni Trenta, della slittovia del Kaberlaba. I giovani del paese scoprivano la bellezza dell’Altopiano in cui erano nati e sarebbero diventati grandi con gli sci ai piedi e questo fu un modo per appassionarli per sempre alla loro terra. Negli anni poi l’Unione Sportiva Asiago è diventata un riferimento per la pratica degli sport invernali anche per l’intera provincia vicentina e padovana. Oggi, il presidente, Roberta Rodeghiero, cui verrà consegnato a Roma nel palazzo del Coni l’importante riconoscimento, dice con orgoglio: “noi siamo sempre quelli di 100 anni fa, perché il nostro spirito è sempre lo stesso: da giovani siamo stati atleti dell’Usa, ora facciamo i dirigenti dell’Usa per dare ai giovani di oggi quello che abbiamo ricevuto noi ieri: è una catena di valori sportivi che dura da un secolo e che non si è spezzata e che non si spezzerà mai”. Sono tante le discipline praticate. Oltre allo sci alpino e allo sci di fondo, si pratica lo snowboard, il biathlon e lo ski roll; così come sono tanti i campioni che l’Usa ha fatto crescere e ha portato ai massimi livelli internazionali; e tanti sono gli eventi organizzati, varie edizioni della Coppa del Mondo di fondo, i Mondiali Master, fino alle gare circoscrizionali di tutte le discipline per tutte le categorie. Ma soprattutto sono migliaia i giovani che, in questi cento anni, con gli sci ai piedi si sono appassionati della montagna e dei suoi grandi valori.</p>
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